È successo oggi

Era tanto tempo che non venivo all’Ospedale Bambino Gesù per conoscere un bimbo nato con infezione HIV.

Reparto “Degenze Protette”, ora si chiama così.

È in un padiglione nuovo e c’è tanta luce nell’atrio. Salgo al secondo piano e supero una bella sala con larghe vetrate che si affacciano sul cortile, due affascinanti postazioni video, qualche giocattolo, comode poltrone e divanetti.

Entro in reparto.

Mentre mi avvio lungo l’angusto corridoio sul quale si aprono le camere dei bimbi, mi prende un moto d’animo che non mi aspettavo, una difficoltà, quasi un rifiuto: un bimbo nato in Italia, con diagnosi di sieropositività a pochi giorni dal suo primo compleanno.

Penso alla mamma che ha affrontato il primo anno di vita del figlio, spesso ricoverato, con tante preoccupazioni senza spiegazione. Tutto questo tempo senza l’aiuto di un compagno e ora, dopo essere stata finalmente trasferita da un piccolo centro di provincia in questo grande ospedale a Roma, è arrivata la diagnosi di infezione HIV per lei e per il suo bambino.

Mi accorgo di essere improvvisamente triste e questa sensazione mi accompagna fino alla cameretta che mi è stata indicata.

Chi mi conosce sa che non sono esattamente “mingherlina”, ma quando busso alla porta vetrata, faccio un cenno di ciao con la mano e cautamente la apro, vedo un bimbo biondo che piange senza forza e una mamma minuta con uno sguardo un po’ timido, ma aperto e accogliente malgrado la stanchezza e le preoccupazioni che indubbiamente caratterizzano la sua espressione.

E mi sento subito molto “piccola”.

Così piccola da potermi sedere accanto a lei e ascoltare la sua storia, ricambiare il suo sorriso e non spaventarmi delle sue lacrime. Mentre mi parla riemerge il ricordo di un tempo lungo e continuo, fatto di tante storie conosciute nei primi anni di Arché, di tanto dolore, di tanta tristezza, di tanta dedizione e di tanta speranza.

Mi rendo conto che è stata soprattutto la speranza ad aver alimentato l’impegno che ha cambiato le cose ed è grazie ad essa che oggi esistono risposte nuove. Ben diverse da quelle che potevamo offrire quando l’infezione HIV era un problema senza soluzione.

Oggi ci sono anche altri volontari che accudiranno il bambino quando la mamma dovrà assentarsi e non più esclusivamente i volontari di Arché, “quelli che non hanno paura dell’Aids”.

Oggi possiamo supportare la mamma nel difficile percorso di presa di consapevolezza della diagnosi, considerando opportunità terapeutiche che davvero li aiuteranno a neutralizzare il virus.

Oggi a questa mamma e al suo bimbo è permesso sognare un futuro di relazioni e di pieno inserimento sociale.

Dopo aver parlato loro, li guardo, e questa volta li vedo forti e determinati. Forti e determinati come i tanti bambini e le tante mamme dei primi anni di Arché, quando non avevamo risposte, ma solo speranza da condividere.

Ora tutto è cambiato.

Non sarà un percorso facile, ma questa mamma e questo bambino con l’aiuto dei medici, dei tanti professionisti, dei volontari, degli amici veri e dei familiari affettuosi potranno avere un futuro.

Un futuro “grande”.

Uli














Postato Giovedì 12/09/2019 da Paolo Dell'Oca