Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.

CHIUDI

Il presepe è profezia

 

Luca ci parla nel suo Vangelo di angeli, di gloria in cielo e di pace sulla terra, ma non dimentica di dirci che Dio si affaccia su un mondo complicato e difficile. Il contesto storico in cui si realizza la nascita di Gesù è quello di un popolo dominato da un potere straniero, un potere che col censimento aumenta la sua pressione tributaria anche su una famiglia che deve adattarsi per poter far fronte al parto della donna. Si arrangia, diremmo noi, come si arrangiano la maggior parte delle famiglie del mondo. Non c’è posto per loro, non perché coloro che dovevano ospitarli sono cattivi, ma perché sono tanti quelli che stanno nella stessa situazione.

La stessa narrazione della nascita di Gesù è straordinariamente essenziale, Luca usa parole stringenti quasi telegrafiche: Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

La notizia non fa il giro del mondo, non viene battuta in tempo reale dalle agenzie di stampa, non corre sulla rete di internet: il messaggio arriva a pochi pastori e poi tutto rimane per molti anni avvolto nell’oscurità.

Difficile immaginare un modo più discreto e meno invasivo di entrare e di vivere nel mondo da parte di Dio. E noi non finiremo mai di contemplare questo modo sorprendente del Signore di farsi vicino. Subito gli vorremmo portare doni e cose, ma aspettiamo, prima dobbiamo accoglierlo e riconoscere nella semplicità di Betlemme e nella povertà di quella famiglia l’amore di Dio. Perché è sempre l’amore che si abbassa.

Che figlio di Dio sarebbe stato Gesù se fosse nato a corte, al palazzo dell’imperatore? Sarebbe stato come tutti quelli che nella storia hanno dominato, governato, comandato e oppresso. Il figlio di Dio se vuole salvarci deve scendere giù fino in fondo all’ultimo gradino, nell’ultima periferia del mondo, deve prenderci lì dove noi siamo più autentici, meno costruiti, più veri perché quando siamo in quella condizione non ci è consentito mentire.

Come siamo lontani dai tempi dei primi concili, quando i grandi pensatori cristiani discutevano a lungo, con forza, intelligenza e anche con veemenza per cercare di comprendere come Gesù potesse essere uomo e Dio, come  potevano stare insieme la sua natura umana e divina.

Era questo il cuore del grande dibattitto teologico e culturale e i Concili si sono celebrati proprio per fermare il diffondersi delle varie eresie che riguardavano soprattutto il Cristo, la sua natura, i rapporti con il Padre…

Ne abbiamo una riprova nel Simbolo della fede, il Credo che proclamiamo nelle nostre assemblee è il frutto di sintesi e di fede di quelle lunghe e appassionate discussioni e ricerche. Infatti è di un’intensità tale che se solo dovessimo soppesare ogni parola, se a ognuna di esse dovessimo riconoscere il carico di storia che porta, non finiremmo più…

Quante intelligenze, quanta passione per scrutare il mistero del Figlio di Dio fatto uomo e per combattere le eresie che deviavano dalla vera fede, in quanto c’era chi metteva più l’accento sull’umanità di Gesù, c’era chi lo poneva sulla sua divinità… operando quindi una sorta di scelta, perché questo appunto significa eresia: scegliere, selezionare (aireo) una parte sul tutto.

Oggi come ai tempi della narrazione di Luca, mi rendo conto in maniera sempre più dolorosa e drammatica che le nuove eresie non riguardano la natura umana o divina di Gesù, non toccano il Verbo incarnato e il suo rapporto col Padre, ma riguardano l’uomo, l’umanità.

Le eresie moderne riguardano la dignità umana: sono le bocche cucite dei nuovi schiavi che ci parlano molto di più di tante voci superficiali; eresia moderna è la violenza sulle donne utilizzate come corpi da sfruttare; eresia moderna sono i malati e gli anziani visti come un costo da abbattere; è la vita ridotta a funzionalità produttiva; è l’organizzazione economica che tende a distruggere le relazioni della famiglia; è il culto dell’apparire che inculca nei nostri giovani l’idolo dell’immagine e li abbandona nel più bieco conformismo…

Perché mai siamo diventati un popolo volgare, immorale, banalmente edonista, che non trova migliore passatempo che creare correnti di opinione pubblica contro tutto, senza proporre mai nulla di costruttivo?

Un paese che non sembra avere un’identità culturale e che non trova forme di coesione neppure nell’apprezzamento del proprio patrimonio artistico, un ceto politico chiuso nella autoreferenzialità, che trasforma i partiti in associazioni di vere bande di interessi: siamo dinanzi a un vero e proprio disastro culturale.

Ecco, mi sembrano queste oggi le eresie che contraddicono il Natale di Gesù, continuiamo a dividerci, a non riconoscere agli altri umani una pari dignità, ci sentiamo proprietari della terra che non ci appartiene… al punto che quello che diceva il profeta Isaia nel VIII secolo è vero ancora oggi: siamo un popolo che cammina nelle tenebre. Infatti facciamo fatica a vedere un orizzonte, una speranza, un futuro.

Ma proprio in queste tenebre risplende una grande luce. Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce (Is 8). Sì, anche se camminiamo nelle tenebre, il Signore non ci ha abbandonati perché quando diciamo con Luca oggi è nato il Salvatore che è un bambino… riconosciamo la dignità di ogni persona, di ogni essere umano, perché Dio ci considera tutti suoi figli.

E noi che faremo in questo Natale, care sorelle e fratelli? Saremo capaci di rifrangere e rispecchiare la luce del vangelo per squarciare il buio di tante eresie sull’uomo? Seguiamo l’esempio luminoso di Papa Francesco: finalmente con lui la Chiesa sembra diventare un focolare di speranza e non più una fortezza che si sente assediata o una dogana che regola la fede, ma una chiesa che torna ad annunciare a tutti gli uomini e a tutte le donne che siamo figli amati da Dio.

Il messaggio non cambia, è sempre quello del Vangelo. Ma la novità è che qualcuno lo prende finalmente sul serio e se noi annunciamo un Dio che si fa vicino, che si fa uomo, si fa presepio, cioè semplice, umile, disadorno, essenziale, allora non potremo che scendere anche noi in questa condivisione di semplicità e di umiltà, vincendo la tentazione di riempire questo presepe con le nostre mille cose, come diceva già san Girolamo (+ 420) che fece proprio di Betlemme la sua casa: «Noi oggi con la scusa di onorare il Cristo, abbiamo eliminato la sporcizia dalle stalle per sostituirla con oro e argento, ma per me è molto più prezioso quello che abbiamo tolto. Oro e argento si addicono ai potenti, ai ricchi, ma a chi crede in Cristo si addice di più quella stalla di terra battuta».

È proprio lì nella stalla di terra battuta che il Signore ha preso carne e scardina le eresie sull’uomo che ci dividono, che mettono in continua competizione gli uni contro gli altri, ed è lì in quella reale condizione della nostra povertà e miseria che inutilmente nascondiamo, è lì il luogo dove costruire la fraternità, quella fraternità che è il nuovo nome della pace. Il presepe è per noi profezia. Poiché in Gesù siamo resi figli e abbiamo un solo Padre che è Dio e siamo tutti fratelli e sorelle, partecipi del comune destino e della stessa umanità. Buon Natale.

(Is 8, 23-9,6; Lc 2, 1-14)














Postato Mercoledì 25/12/2013 da Giuseppe Bettoni