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Ma se non hai una casa?

La casa non è solo quattro mura e un tetto sulla testa. È anche il luogo dell’anima, della vita. È dove si crescono i figli, dove si studia, dove si gioca, dove si riflette su sé stessi, dove si coltivano relazioni d’amore, dove si sogna, dove nascono i desideri. La casa è il posto in cui stare, ed è il posto da cui partire per diventare adulti nel mondo. La casa è dove si mettono le basi per diventare cittadini. Tutto vero.

Ma se non ce l’hai?

Se ne è parlato durante il terzo incontro del laboratorio di cittadinanza solidale che Fondazione Arché ha organizzato in corso Garibaldi 116 martedì 10 febbraio. Questa volta l’ospite è stata Lucia Castellano, 50 anni, ex direttrice del carcere di Bollate, ex assessore comunale alla Casa con il sindaco Giuliano Pisapia e oggi capogruppo della Lista civica di Umberto Ambrosoli al Consiglio Regionale della Lombardia.

La casa è dove si gettano le basi per diventare cittadini: ma se non ce l’hai?

Il tema della “Casa” è molto caro ad Arché. Oltre alla Casa di Accoglienza di Milano per mamme e bambini che vivono un disagio, la Fondazione gestisce anche alcuni appartamenti che accolgono di volta in volta famiglie in grave difficoltà. «La casa è un diritto primario di ogni individuo, spesso lo si dà per scontato, invece ci sono molte situazioni in cui non è così – hanno raccontato Concetta Chiodo, Carlotta Bazan e Silvio Prandolini, volontaria e operatori di Arché – può succedere che la perdita del lavoro, la mancanza di una rete familiare, uno sfratto per morosità facciano perdere quel tetto sulla testa.

Oppure, ci sono situazioni in cui donne straniere arrivano in Italia dopo lunghi viaggi per scappare dal proprio Paese e si ritrovano senza dimora, o in cui donne che hanno subito violenze familiari decidono di scappare. Per tutti vale la stessa cosa: se non hai una casa ti manca la serenità, ti senti isolato, emarginato».

Il diritto alla casa nella Costituzione italiana

La Costituzione italiana non esplicita il diritto alla casa, per quanto il diritto all’abitare lo si desuma da diversi articoli. Però, se nell’articolo 2 si parla dei diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, come non ricondurre quel “luogo” dove l’uomo si realizza al concetto di casa? 

«Oppure pensiamo all’articolo 3 – ha detto Emanuele Polizzi, volontario di Arché – secondo il quale la Repubblica ha il dovere di rimuovere tutti gli ostacoli economici e sociali che impediscono lo sviluppo della personalità dell’uomo: certamente non avere una casa è uno di quegli ostacoli».

Ma potremmo citarne molti altri: la Costituzione parla di inviolabilità del domicilio, all’articolo 30 definisce come i genitori abbiano il dovere di mantenere e istruire i figli (e dove altro, se non in una casa?) e all’articolo 47 favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione.

Il diritto alla casa, insomma, esiste anche nella Costituzione italiana e d’altronde negli anni lo Stato si è mosso per garantire una dimora a tutti i suoi cittadini, costruendo case popolari e istituendo leggi per l’equo canone negli affitti finché, negli anni Settanta, la gestione dei patrimoni popolari è passata nelle mani delle Regioni. E lì si sono aperti molti capitoli: come quello, molto discusso, che ha riguardato l’Agenzia Aler in Lombardia.

Lombardia: migliaia di famiglie senza casa, migliaia di case popolari vuote

È su questo tema che si è fatto sentire l’intervento di Lucia Castellano. Restringendo il campo alla città di Milano, i numeri parlano chiaro: 23mila famiglie sono in lista d’attesa per avere una casa, e 10mila appartamenti popolari sono vuoti perché “non assegnabili”, in quanto necessitano prima di una manutenzione. Sul mercato privato poi, altre 50mila case restano vuote perché i proprietari sono restii a, o non vogliono, metterle in affitto.

«C’è un grande inadempimento da parte dell’ente pubblico – ha detto Lucia Castellano – un inadempimento che nasce dall’incapacità pubblica di farsi manager della giustizia sociale e della solidarietà. L’ente pubblico delega troppo al privato sociale e in questi anni si è dimostrato incapace, da solo, di rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza».

Una cattiva gestione

Le contraddizioni nella gestione delle case popolari da parte dell’ente pubblico sono tante: in Lombardia, la legge 27 del 2009 aveva affidato la gestione delle case di proprietà pubblica Erp (Edilizia Residenziale Pubblica) all’Aler (Agenzia Lombardia Edilizia Residenziale).

Aler è un ente pubblico economico che funziona in modo più spedito rispetto ad un ente pubblico: può assumere come un’azienda privata, non ha finalità di lucro però ha una funzione sociale. Si deve autosostenere attraverso operazioni immobiliari come la compravendita del suo patrimonio. Geneticamente quindi è un ibrido, è un ente pubblico economico partecipato dalla Regione, a metà tra la funzione pubblica e sociale e quella immobiliarista. Ma la sua gestione è stata disastrosa e ha portato a un buco di 250milioni di €.

«A Milano e Provincia, Aler aveva in gestione circa 70mila immobili di sua proprietà e 28mila di proprietà del Comune di Milano – ha spiegato Lucia Castellano – dopo la scoperta di questo enorme buco, il Comune di Milano si è ripreso i suoi immobili, li ha tolti dalla gestione di Aler, e li ha affidati all’agenzia Metropolitane Milanesi, un’azienda privata con una partecipazione pubblica.

Ma si vorrebbe fare di più: si vorrebbe proprio cambiare la legge 27 del 2009 che affida ad Aler tutta la gestione delle case. Noi vorremmo che le gestisse il Comune, perché questo semplificherebbe molti inutili passaggi burocratici e renderebbe più efficiente l’attribuzione e la manutenzione degli alloggi».

Che cosa fare? Ecco le idee di Lucia Castellano

Quello che manca, ha spiegato Lucia Castellano, è un sistema di controllo che monitori i cambiamenti di reddito nelle famiglie assegnatarie. Per esempio: ci sono famiglie che ottengono una casa popolare perché hanno un reddito basso, ma negli anni il loro reddito migliora, la situazione economica si aggiusta, sarebbero in grado di pagarsi un affitto, eppure non lasciano la casa popolare.

«La casa popolare dovrebbe essere un luogo di passaggio nella vita di una famiglia – ha detto Castellano - se l’Ente pubblico non entra in questo sistema di gestione manageriale, sarà sempre impossibile far scorrere la lista d’attesa e dare casa a quelle 20mila persone che restano fuori».

Allo stesso modo, per evitare la morosità, bisognerebbe adeguare l’affitto, abbassandolo, per quelle famiglie a cui improvvisamente si dimezza il reddito, per esempio per la perdita del lavoro o per la morte del coniuge che lavorava.

Infine, il problema dell’abusivismo: «A Milano ci sono circa 6mila famiglie abusive – ha spiegato Castellano - molte famiglie pagano un piccolo affitto all’Aler, anche se non hanno il contratto. La legge 27 del 2009 dice che ad una famiglia abusiva si può potrebbe affidare il suo appartamento in prova per 5 anni, depennando quell’appartamento dalle case disponibili dell’Erp. Se la famiglia paga i canoni di affitto e si regolarizza, è possibile una sanatoria. Ma questa operazione scontenta l’opinione pubblica perché si tratterebbe di regolarizzare gli abusivi».

La nostra proposta è piuttosto vagliare famiglia per famiglia la situazione, capire se ha zero reddito, se vive di malaffare, se invece ha disponibilità economiche, e per ciascuna studiare una soluzione. In fondo, si tratta solo di 6mila nuclei, si può fare. Il punto allora è cambiare la legge 27 che accentra tutto in mano alla Regione e crea queste Aler gigantesche, dare la gestione in mano ai Comuni, lavorare insieme al privato sociale (come Arché) ma sempre con una regia, e lavorare sulle graduatorie».

Stefania Culurgioni












Questo post è associato al progetto: Laboratorio di cittadinanza solidale

Postato Giovedì 12/02/2015 da Paolo Dell'Oca