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Vita: Nella Casa Accoglienza di Milano,

Vita pubblica l'intervista ad Alessandro Albizzati, primario in neuropsichiatria all'Ospedale San Paolo di Milano e membro del cda di Fondazione Arché: "Qualche settimana fa nella Casa di Accoglienza di Fondazione Arché sono arrivate una mamma e una bambina. La mamma era una ragazza italiana di 21 anni, la bambina aveva 10 giorni. Fin qui, in un certo senso, niente di nuovo. Dal 1997, in quella palazzina di tre piani in Porta Venezia, a Milano, sono entrate ed uscite più di 140 donne e più di 160 figli. Ciascuna di loro, insieme ai propri bambini, è stata accolta, ascoltata, aiutata a ritrovare il senso di sé, il senso dell’essere madre, e una nuova autonomia, cioè una casa, un lavoro, una rete di persone.

Tutte loro sono arrivate da violenze, povertà, momenti di forte disagio psicologico. Ma la mamma e la bambina di cui parliamo hanno avuto una storia diversa: il giorno dopo essere arrivata, la giovane mamma ha deciso di andarsene. Ha firmato, ha lasciato in Casa la bambina e ha preso la sua strada. «Non ho fatto in tempo a rendermi conto di quello che era successo – ha raccontato Padre Giuseppe Bettoni, presidente di Archè onlus - che le altre mamme si erano già scatenate in una gara di solidarietà commovente: “Padre – mi dicevano - teniamola qui, la cresciamo noi!”. Nella tragedia, io sono stato contento di una cosa: quella giovane mamma se n’è andata, ma almeno la bambina era viva. Nel giro di pochi giorni era già tra le braccia di una famiglia affidataria».

In fondo, se confrontata con il caso del piccolo Lorys Stival che ha scosso l’Italia alla fine dell’anno scorso o con i casi di tanti infanticidi, questa è una vicenda a lieto fine. Ma noi ci siamo chiesti una cosa: perché può accadere che un disagio profondo volga al peggio e diventi così tragicamente definitivo? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Albizzati, primario in neuropsichiatria all’Ospedale San Paolo, dove Arché svolge un servizio di volontariato nello spazio gioco, e membro del cda della stessa Fondazione.

«Accade perché le relazioni si ammalano e anche un contatto così fondativo come quello tra la mamma e il suo bambino può ammalarsi. Questo accade perchè si tratta di due soggettività che si devono frequentare a livelli di intimità potenti, in una relazione che deve essere fondativa e formativa. Serve il tempo per permettere loro di nascere e certamente devono esistere forti sistemi motivazionali – ha spiegato il prof. Albizzati - l’attaccamento tra madre e figlio si realizza prima di tutto a livello biologico. Esiste un sistema neurobiologico che dà luogo alla formazione di una serie di pattern di relazione che hanno delle differenze a seconda di come questo attaccamento avviene. Se questi due soggetti che definiscono una intersoggettività “dialogano” (come una mamma si comporta con il bimbo piccolo, le espressioni del suo viso, i movimenti del suo corpo, le sue parole, il tono dlla sua voce) si crea uno scambio emotivo che si chiama intersoggettività che fa nascere il sé e questo sé diventerà un piccolo esserino che crescerà. Questa relazione permette che si vada verso un’autentica relazione che cresce in uno scambio ricco, e in questa relazione i bambini sono una parte attiva e potentemente interattiva e primariamente competente a interagire. Non sono esseri vuoti».

Ma dunque, perché si ammalano queste relazioni?

«La crescita – ha detto Albizzati - è un sistema imperfetto e discontinuo che ha momenti di buona tenuta e altri momenti di estrema fragilità. L’interazione tra un bambino e un adulto a volte fa i conti con una mamma che può avere a sua vota momenti di fragilità o avere disagi che arrivano fino ad una vera e propria patologia.E le interazioni ne subiscono le conseguenze. Alcune cose possono essere superabili ma per altre, per un bambino, è più dura assorbire l’urto. Quando urti qualcuno puoi buttarlo fuori equilibrio, lo rendi instabile e nel caso di una relazione tra mamma e bambino, che è una relazione di crescita, se devia dalle norme può attivare un disagio, una deviazione nel bambino».

Che cosa bisogna fare? Che cosa si può fare per evitare che questa relazione esca definitivamente fuori traiettoria?

«Bisogna farsi aiutare stando, prima di tutto, dentro una società che pone delle alternative. Quali? Il papà è già in sé un elemento alternativo, ma anche le figure di supporto: insegnanti, preti con buone competenze, serve insomma sviluppare relazioni di aiuto e solo dopo, solo dopo, arrivare ai tecnici. Prima di arrivare ad un tecnico (uno psicologo, uno psichiatra ecc) è necessario ricostruire un tessuto di comunità. Auspico che ci siano genitorialità diffuse in tante persone intorno. Esse non vanno saltate, gli adulti devono essere figure di riferimento, è necessario che si crei una rete di rapporti che permette in molte situazioni di disagio di trovare delle attenuazioni a quel disagio stesso».

Stefania Culurgioni












Questo post è associato al progetto: Casa Accoglienza

Postato Lunedì 16/02/2015 da Stefania Culurgioni