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Le strade della condivisione e del parlarsi

Perché siamo qui, carissimi amici tutti, perché?

Siamo qui per avere una visione anche, come dice la frase che accompagnava il volantino, il manifesto con la frase di Wittgenstein: “Si potrebbe attaccare un prezzo ai pensieri. Alcuni costano molto, altri meno. E con che cosa si pagano i pensieri? Col coraggio, credo”.

E noi oggi vogliamo mettere un po’ di coraggio in questa società stanca, in questa umanità affannata, mettere un po’ di coraggio per alzare lo sguardo, tirar fuori la testa per i problemi di ogni giorno.

E allora vogliamo avere una visione di futuro, vogliamo immaginarci e lavorare oggi accompagnare le situazioni che conosciamo le mamme, i bambini, i ragazzi che sono in difficoltà, insieme con loro ma verso un futuro diverso, verso un orizzonte diverso, e come ho avuto già modo di ripetere in altre occasioni, l’orizzonte che ci attende è quello della fraternità.

Di fronte a un mondo che costruisce muri, recinti, filo spinato, di fronte a un muro che pensa di costruire un futuro così, noi abbiamo il coraggio di pensare diversamente ed è un prezzo che costa, un pensiero che costa e che ha un prezzo molto importante, perché è quello del coraggio.

Ci vuole coraggio a pensare così, non è un sogno o fantasia. È il coraggio di pensare che come fa Franco ad Arezzo. Come fa ad immaginare di costruire una cittadella della pace dove fai studiare un arabo con un palestinese, o un palestinese con un iraniano, un ceceno con un russo, come fai a sognare una follia del genere?

È una follia ma è l’unica strada possibile per il futuro. Ecco perché abbiamo chiesto a Franco di portarci la sua esperienza, di aiutarci a capire che non è solo un sogno, questa cosa ha una praticabilità.

Il fatto di avere qui oggi il progetto di Casa Arché, che è un po’ questa concretezza del sogno, ha l’impegno a farci sentire tutti quanti dentro in questa prospettiva, partecipi; tutti siamo dentro questo sogno, tutti vogliamo vivere e partecipare a questo ideale di fraternità.

Lo diceva già la rivoluzione francese: “libertè, fraternitè, egalitè”. Il 19° secolo è stato il secolo delle libertà, il 20° quello dell’uguaglianza, noi sogniamo che il 21° possa essere quello della fraternità.

Non c’è altra strada: è l’unica strada percorribile. Riconoscerci tutti appartenenti alla stessa condizione umana.

Non dico questo perché sono un prete, quindi come se fosse una prerogativa cattolica o cristiana quella della fraternità. No, appartiene all’ordine delle cose. Infatti sono partito dalla Rivoluzione Francese, non dalla Bibbia: mi sarebbe stato più facile.

Ma l’umanità ha dentro di sé l’orizzonte, il desiderio di un orizzonte di fraternità. Ed è questa la possibilità che noi costruiamo a partire da quello cha siamo, dai conflitti, dalle tensioni, è possibile stare nei conflitti e nelle tensioni non semplicemente alla maniera di caino ma anche attraverso la via del dialogo, la via dell’incontro, la via dell’umanità, perché poi è questa la condizione fondamentale.

Certo, fraternità è un ideale ampio e non solo appunto cattolico. Lo diciamo qui in un contesto molto preciso, siamo sulla periferia della città, siamo al confine con il comune di Novate, con altri comuni della città milanese, e posizionare qui un luogo di fraternità ha il sapore di una sfida che già potremmo dire istituzionalmente è stata pensata con la costruzione della città metropolitana, questa entità di cui poco sappiamo, i confini non sono bene determinati ma che vogliamo pensare non solo come espressione di ingegneria istituzionale ma come luogo che risponde effettivamente al senso delle parole.

Città metropolitana: cioè città madre. Meter polis. Una città madre. E come si sta nella città madre? Da fratelli, no? Nella città madre vuol dire che abbattiamo un po’ per volta i confini, i limiti, i paletti, le distinzioni e impariamo a stare da fratelli nel rispetto delle diversità, nel rispetto delle caratteristiche di ciascuno. E come si sta?

E qui permettetemi di indicare due strade.

Anzitutto attraverso la condivisione. Lo dice molto bene Marco Garzonio. Scusate se leggo un testo suo, ma mi sembra troppo importante. Marco Garzonio dice, parlando appunto della relazione su Milano 2015: ”Se partecipazione e sperimentazione non possono che essere le parole chiavi, o meglio la metodologia per la definizione delle politiche territoriali metropolitane, le sfide che essi si trovano a dover fronteggiare obbligano a porre in primo piano un altro termine: inclusione. Da declinare assieme ai concetti attigui di cittadinanza, inclusione sociale, sostenibilità, responsabilità e capacità.

Nelle parole è la chiave del futuro. Città metropolitana fatta sulla coesione. Il primo termine è quello della condivisione, della coesione sociale. Condivide nella parola condividere la chiave per un utilizzo più efficiente delle risorse, per lo sviluppo di soluzioni intelligenti attraverso approcci collaborativi per disegnare insieme ai cittadini innovatori, fornitori di servizi, la mobilità sostenibile del futuro secondo una logica che richiama quella della sharing economy, nell’epoca in cui l’individualismo sembra aver raggiunto il suo apice e finalmente mostrare la corda, la logica della condivisione rimette al centro l’importanza dei legami sociali, della collaborazione e della reciprocità e richiede anche alle politiche territoriali di saperla riconoscere ed interpretare".

E questo appartiene al ruolo della politica e quindi ringraziamo il sindaco di essere qui con noi oggi. Parlavamo della città metropolitana, della città madre, madre di figli che sanno condividere, quindi sono fratelli fra di loro.

Ma c’è un altro termine e concludo. C'è un altro termine che mi sta a cuore per individuare il modo in cui noi possiamo abitare la città metropolitana. Ed è quello che ho trovato nell’ultimo testo di Eugenio Borgna, neuropsichiatra amico di Arché perché abbiamo avuto modo di conoscerlo ad un convegno di qualche anno fa.

L’ultimo libro lo intitola significativamente “Parlarsi”, in una società della comunicazione dove tutti hanno da dire delle cose, parlano, parlano, dice Borgna: ”La solitudine oggi è sempre più difficile da salvare e da vivere perché siamo ogni giorno trascinati in un vortice di sensazioni che non ci danno il tempo di pensare a noi stessi, discendere lungo il cammino che porta verso l’interno e di ascoltare le ragioni del cuore e le ragioni dell’immaginazione. Diventiamo capaci di solidarietà solo se abbiamo il coraggio di vivere in una solitudine che ci apra alle ragioni di una vita orientata a relazioni significative".

Allora non basta parlare, dice Borgna, occorre parlarsi, occorre raccontarsi, ma per raccontarsi occorre ascoltare l’interiorità di ciascuno di noi, nel silenzio, nella solitudine, per attingere a quei tesori profondi che ciascuno porta nel cuore. Ed è questa dignità che dà fondamento alla fraternità, allora il parlarsi, non il parlare a vuoto o per nulla ma è il parlare raccontando di se stessi. È questo un po' il senso profondo del nostro sogno di abitare la città e di essere in questo modo cittadini solidali. 

"Dov’è tuo fratello?", si chiede il libro della Genesi, chiede Dio a Caino. "Dov’è tuo fratello?". Caino sapete come risponde? "Sono forse io custode di mio fratello?". Sì, noi siamo custodi gli uni degli altri. Perché, e ce lo ripete papa Francesco ad ogni incontro, siamo custodi gli uni degli altri perché la custodia reciproca permette un'umanità diversa, migliore, un futuro sostenibile.

E allora il progetto di CasArché, questo progetto che si colloca su una periferia, che si colloca ai limiti, che si colloca in un contesto sociale che sappiamo tutti difficile, complesso, vuol essere la realizzazione di un sogno che coltiviamo da tanto tempo ma è un sogno che trova casa ma non per questo smettiamo di sognare.

Ho trovato le parole di papa Francesco del settembre scorso ai giovani cubani di una potenza straordinaria. Ve le consegno, ai giovani ed ai meno giovani: ”Uno scrittore latinoamericano diceva che noi uomini abbiamo due occhi, uno di carne ed uno di vetro. Con l’occhio di carme vediamo ciò che guardiamo, con l’occhio di vetro vediamo ciò che sogniamo. Nell’obiettività della vita deve entrare la capacità di sognare e un giovane che non è capace di sognare è recintato in se stesso, è chiuso in se stesso.

Tutti sognano cose che non accadranno mai, ma sognale, desiderale e cerca orizzonti, apriti, apriti a cose grandi, sogna che il mondo con te può essere diverso, sogna che se darai il meglio di te aiuterai a far sì che questo mondo sia diverso. Non dimenticate, sognate! A volte vi lasciate trasportare e sognate troppo e la vita vi taglia la strada. Non importa; sognate e raccontate i vostri sogni! Raccontate e parlate delle cose grandi che desiderate perché più grande è la capacità di sognare, più cammino hai percorso, perciò, prima di tutto, sognate!".











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Questo post è associato al progetto: CasArché

Postato Martedì 10/11/2015 da