Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.

CHIUDI

Mamma, i musulmani sono cattivi?

È stata questa la domanda che, a fatica, Farid, bambino algerino di 8 anni, ha rivolto ad Amina, la sua mamma, l’altra sera in casa accoglienza.

Il servizio del TG aveva appena detto che i terroristi musulmani avevano ucciso a Parigi tante persone e lui, prendendosi la testa tra le mani, come a dire l’angoscia che lo schiacciava dentro, ha chiesto: «Ma se la TV dice che i terroristi sono musulmani cattivi, allora anche noi siamo musulmani cattivi?».

La mamma lo stringe a sé con un abbraccio caldo e avvolgente come una bella coperta che in questo autunno dell’anima offre un poco di riparo e sicurezza. «No, Farid, non sei cattivo, i musulmani non sono cattivi».

L’abbraccio dice molto più delle parole: è l’abbraccio di una mamma. Non c’è differenza tra l’abbraccio di una mamma cristiana, di una indù o di una musulmana, l’abbraccio è la dolce forza dell’amore che sostiene, che dà sicurezza e permette di andare avanti, quando intorno sibila il vento della violenza che fa cadere le vite come foglie d’autunno.

E Amina cominciò a raccontare una storia, una vecchia storia.

C’erano due figli vicini di età, si volevano molto bene, volevano bene a mamma e papà, abitavano una casa semplice ma dignitosa alla periferia della città. Dicevano di andare alla moschea al venerdì. In effetti il più piccolo non mancava un appuntamento: sempre presente, rigoroso, fedele. Ripeteva le parole, ripeteva le cose che aveva imparato a memoria, ma le labbra andavano da sole. Il suo cuore non parlava la stessa lingua della bocca.

Il maggiore invece attraversava un momento difficile e non riusciva più a ripetere quelle parole senza pensarci. Allora aveva cominciato a passeggiare, a camminare nel parco senza dire nulla, ma ascoltando il suo cuore. Dentro la sua anima una nostalgia senza fine si affacciava dolorosa. Anche perché il più piccolo anziché andare a scuola aveva cominciato a frequentare amicizie strane, non era sincero, insomma cominciò presto a fare delle cose che il fratello maggiore faceva fatica a capire: aveva preso a frequentare amici strani, beveva, fumava e usava strane pastiglie. Il suo carattere cambiò ben presto, divenne più chiuso, diffidente e non si confidava nemmeno più col fratello maggiore.

Finché un giorno si scatenò una lite tremenda e se ne andò di casa sbattendo la porta. Da allora non seppero più nulla di lui, fino al giorno in cui lessero sui giornali le cose cattive che aveva fatto.

“Vedi”, dice la mamma a Farid, “nessuno nasce cattivo, ma tutti possiamo fare cose cattive, l’importante è ascoltare la voce del proprio cuore”. A Farid si chiudevano gli occhi: aveva ritrovato nell’abbraccio e nelle parole della mamma la fiducia di poter andare avanti ed essere capace di fare cose buone.

Il giorno dopo, una bella domenica pomeriggio, Amina vestita con il suo abito elegante lungo e colorato, porta Farid in piazza Duomo: il piccolo corre ad arrampicarsi sul basamento della “statua del cavallo”, il monumento di Vittorio Emanuele II.

Amina pensava alla ritrovata serenità della sera prima, mentre guardava il suo bambino giocare insieme agli altri, quando si avvicinano due uomini in divisa e le impongono di far scendere il bambino dal monumento: «È un monumento, non si può salire sopra! ». «Ma agli altri non dite niente? - chiede sorpresa Amina - perché solo al mio bambino?». «È un monumento, non si può salire!» replica perentorio l’uomo in divisa.

Anche loro hanno paura come il mio bambino”, pensò Amina, “e forse ci vorrebbe qualcuno che possa abbracciarli e raccontare loro una storia”.












Questo post è associato al progetto: Casa Accoglienza

Postato Mercoledì 18/11/2015 da Paolo Dell'Oca