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Un video per dire basta alle discriminazioni

Dopo la vicenda di Francesca, la bambina rifiutata da una scuola campana perché disabile e malata di HIV, in occasione del 1° dicembre, Giornata mondiale contro l’Aids, Arché prende parola in un video con padre Giuseppe Bettoni,
il prof. Vincenzo Zuccotti e Livia Pomodoro.

Francesca è una bambina di 11 anni, disabile e malata di Aids, che non è stata accettata nella scuola media statale in cui i genitori affidatari l'avevano iscritta in Campania. A sollevare il caso è stato poche settimane fa il quotidiano Avvenire che, il giorno successivo, ha intervistato Padre Giuseppe Bettoni, fondatore e presidente di Arché.

Arché è nata infatti proprio nel 1991 per rispondere all’emergenza dell’Hiv pediatrico e questo episodio, a più di vent’anni di distanza da quel “periodo buio”, ha sollevato tante reazioni nell’opinione pubblica e Arché ha deciso di prendere posizione con questo video:


Il video raccoglie le voci autorevoli di tre esperti: padre Bettoni, appunto, il prof. Gian Vincenzo Zuccotti, Primario di Pediatria degli Ospedali Buzzi e Sacco di Milano, e Livia Pomodoro, giurista ed ex Presidente del Tribunale dei minori di Milano.

«Quando ho letto della vicenda di Francesca, 11 anni, sieropositiva, rifiutata dalla scuola perché malata di Aids – ha detto padre Giuseppe Bettoni - ho sentito lo sconforto più profondo perché mi è sembrato di aver fatto un salto indietro di almeno vent’anni.

Erano gli anni novanta, fummo i primi, con Arché, ad impegnarci in un campo di cui pochi sapevano qualcosa, l’emergenza dell’Hiv pediatrico. Ci muovemmo su tutti i fronti possibili: dall’ospedale alla scuola, dalla famiglia alla parrocchia, dal circolo sportivo alle attività di quartiere partecipando anche alle riunioni di condominio. Cercavamo di sostenere le famiglie e i piccoli con l’Hiv perché facessero una vita il più possibilmente normale, ma allo stesso tempo facevamo formazione agli insegnanti, cercando di spiegare che la presenza di un bambino con l’Hiv non era pericolosa per gli altri, semmai lo era per lui: con un sistema immunitario depresso è più facile per loro contrarre infezioni, sono i più esposti e i più fragili.

Ora questo episodio mi pare il rovesciamento di una mentalità che speravo fosse invece diventata patrimonio condiviso. E invece c’è ancora tanto da fare».

Negli anni ’90 Arché diffuse un manifesto: rappresentava un bambino malato di Aids che diceva: ‘Abbracciami forte’. L’abbraccio è accoglienza, condivisione, significa non avere paura.

«A quei tempi si sapevano poche cose – dice il Prof. Zuccotti - oggi invece siamo in un’epoca completamente diversa: le terapie hanno reso cronica quest’infezione, questi bambini vivono senza più avere un virus che replica nel proprio sangue quindi potenzialmente non hanno nessun rischio di contagiosità, possono fare una vita come gli altri. L’unica condizione è che continuino la loro terapia.

Quindi è un grande dispiacere per me vedere che, dopo tanti anni, dopo tanta formazione, incontri, riunioni, le cose sono ancora così. Io invece tengo a dire che non c’è veramente nulla di cui preoccuparsi. Le persone con l’Aids non sono pericolose come qualcuno le vuole dipingere, è molto più pericolosa e contagiosa l’ignoranza, la non conoscenza.

Aggiungo anche questo: se un genitore sa che nella scuola c’è un bambino sieropositivo deve essere contento del fatto che la segnalazione sia stata fatta. Significa che c’è attenzione, significa poter contare sul fatto che si avranno quelle accortezze del caso, accortezze che però non lo devono differenziare dagli altri bambini. È importante restare tranquilli, sentirsi sicuri, i genitori devono restare molto sereni perché non succede assolutamente nulla».

«Un rifiuto di questo genere non ha ragion d’essere perché esistono delle prescrizioni specifiche nelle scuole per le situazioni di bambini che hanno un disagio cronico o temporaneo – ha invece spiegato Livia Pomodoro - Ritengo che si sia trattato della solita discriminazione, come quella che capita a volte nelle scuole dove ci sono bambini di colore o i bambini rom.

Qualcuno potrà pensare che non si può dire la stessa cosa per un bambino con l’Aids conclamato: certo che non si può dire, perché è meno grave. Oggi un bambino che presenta una malattia conclamata di questo genere è un bambino che può essere curato, che ha delle prescrizioni da rispettare, certamente rigorose ma neanche tanto complicate, perché per fortuna la medicina ha fatto tanti passi avanti. Il genitore che tutela ai fini della salute il proprio bambino fa un’opera che è giusta e doverosa rispetto alla propria potestà ma questo non significa che va fatto a detrimento dello stare in comunità anche di altri bambini quando questo non comporta alcun danno per la salute.

Molti di questi comportamenti sono solo frutto di una cattiva educazione genitoriale e soprattutto di una difficoltà di accettare di vivere senza pregiudizi all’interno della comunità scolastica. Però, se si ritiene di aver subito una discriminazione, la prima cosa da fare è renderla pubblica a coloro che possono eliminare il fatto discriminatorio».














Postato Martedì 01/12/2015 da Paolo Dell'Oca