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Profeti di un futuro che non ci appartiene

Se fossimo a Betlemme oggi, in quella Betlemme che nessuno conosceva fino a 2015 anni fa e che da almeno sette anni è circondata da un muro detto «di sicurezza», e se ancora oggi Giuseppe dovesse cercare un posto per far partorire Maria non avrebbe il problema di allora, perché negli alberghi e negli hotel di Betlemme oggi i telefoni squillano quasi esclusivamente per annunciare disdette e nuove cancellazioni.

Nelle strade e nelle piazze cocci di bottiglie molotov, bossoli di proiettili, pietre, barricate. Solo la piazza della Mangiatoia è stata risparmiata in queste mesi di violenze. Il Natale di Betlemme è un Natale di ingiustizia, di violenza e di dolore.

Il Natale di Betlemme è ancora l’immagine simbolo della condizione di gran parte della nostra terra: violenza, paura, terrore, ingiustizia, miseria, povertà… però è proprio in queste condizioni che come duemila anni fa risuona l’annuncio della nascita di Gesù.

 Se noi siamo qui non è perché siamo nostalgici di quel giorno, che peraltro non conosciamo nemmeno, ma per fare tesoro di quel mistero di misericordia che indusse il Signore del mondo ad assumere la condizione di servo, lui che pur essendo pane, provò la fame; pur essendo la sazietà, ebbe sete. Pur essendo il potente divenne debole, pur essendo il Salvatore provò l’umiliazione, pur essendo la vita morì sulla croce (cf Agostino, Sermone n.207).

Quando Gesù entrò nel mondo trovò le porte chiuse: Per loro non c’era posto(2,7), così come oggi incontra frontiere chiuse, muri e indifferenza, ma la sua nascita viene a dirci che se i muri sono alti, il cielo è ancora più alto! Se le nostre porte si sprangano, Dio non chiude mai la porta della sua misericordia.

Per noi, come diceva Isaia, che siamo nelle tenebre, per noi che siamo quel popolo che cammina al buio e non sa più cosa pensare per il futuro, ecco per noi nasce un Salvatore, che è Cristo Signore.

Contempliamo anzitutto questo dono: se Gesù non avesse avuto misericordia non sarebbe nemmeno venuto sulla terra. Se Dio si fosse fermato alla giustizia avrebbe cessato di essere Dio, si sarebbe comportato come tutti gli uomini e sarebbe venuto come giustiziere e non come Salvatore.

Gesù viene per noi, per me, per te. Viene per salvarci dal non senso, dalla tristezza, dalla condanna, dalla paura… e venendo con misericordia ci insegna che la risposta della comunità cristiana alle sfide della violenza, nelle tante forme con le quali oggi si manifesta nella storia non è quella della violenza. Rispondere alla violenza con altra violenza, al male con altro male, non disinnesca, ma alimenta la spirale di morte.

Solamente un amore più forte dell’odio è in grado di disarmare il cuore prima che le braccia possano impugnare il mitragliatore. È questa la luce che illumina di speranza, di senso, di futuro. È la luce attesa da Isaia, è la luce che teniamo accesa nei nostri cuori: la luce dell’amore, ed è l’unica luce in grado di disperdere le tenebre che ci circondano.

Misericordia è dare vita e solo la misericordia restituisce il cuore. Ed è una vera e propria rivoluzione, la rivoluzione della tenerezza, la tenerezza di Dio verso ciascuno di noi perché anche noi possiamo imparare a trattare così ogni creatura umana. Affinché impariamo che tutti apparteniamo alla grande famiglia amata da Dio.

C’è nella mia storia, nella mia biografia il ricordo di un giorno in cui ho toccato con mano la tenerezza di Dio per me?

Sono due anni consecutivi che in Casa accoglienza si rinnova il miracolo della vita: quest’anno è nata la piccola Chiara. E questa realtà mi conforta nel fatto che il dono della vita è più forte di qualsiasi crisi, di ogni previsione e catastrofismo. La vita è ostinata, non si rassegna a rimanere sotto traccia. Magari uno può anche non essere capace di accoglierlo questo dono, ma la vita trova mille altre strade per venire alla luce: è come un fiume carsico, irresistibile, irrefrenabile. Se chiudi uno sbocco, lei ne trova altri dieci.

Questo annunciamo oggi. Non ci sono condizioni ideali, non ci sono criteri di perfezione per cui la vita possa nascere: Gesù nasce mentre sul trono del mondo c’è l’ennesimo imperatore di turno, con la pletora dei suoi tirapiedi e Lui non nasce nel palazzo, ma nel campo dei pastori.

Cosa abbiamo in comune noi con i pastori? Poco o nulla, ma una cosa la possiamo imparare da loro: facciamo Natale proprio nella nostra più umile condizione, laddove noi vorremmo nascondere la vergogna, la paura, il negativo di cui siamo capaci… fino a quando non accetteremo le nostre paure, le nostre negatività, fino a quando ci impegneremo a nasconderle perché ci fanno fare brutta figura… non ci sarà salvezza.

Perché papa Francesco ha aperto la porta santa nella città di Bangui, capitale centrafricana, prima che in san Pietro a Roma?

Per dire il capovolgimento di mentalità cui siamo chiamati: il Salvatore viene nella marginalità, in periferia, nella desolazione… sia nella nostra personale che in quella del nostro mondo e della nostra società.

Gesù non ha mai promesso di risolvere i problemi della sto­ria con i miracoli. Ha promesso qualco­sa di più sorprendente ancora: lo scandalo della misericordia, Gesù è un Dio che non misura i meriti, ma guarisce il cuo­re; invece di bruciare i peccatori, come annunciava il Battista, siede a tavola con loro.

Mentre noi siamo duri con chi sbaglia e con i peccatori, e siamo molli con il peccato. Ormai l’indifferenza fa da sovrana e ci rende spietati, incapaci di empatia e di tenerezza.

Quale antidoto può invertire quest’ordine di cose, se non quello di vivere almeno una delle opere di misericordia? Vale la pena ricordarle: dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire gli ignudi; alloggiare i pellegrini; visitare i malati; visitare i carcerati e seppellire i morti. Queste sette opere sono l’utopia di un tutt’altro modo di essere uomini, ed è sem­pre l’utopia che fa la storia. Sono il centro della morale cristiana, che consiste proprio nel fare anche noi ciò che Dio fa’, nell’agire noi come agisce Dio.

Per questo il mio augurio è che le nostre giornate si riempiano di tenerezza che è

Più forte della paura

Più potente del pregiudizio

Più  resiliente della ragione

e ci renda profeti di un futuro che non ci appartiene.














Postato Venerdì 25/12/2015 da Paolo Dell'Oca