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Mirtillina

Archébaleno, la voce di Arché

All’inizio si chiamava Arcobaleno perché questi sono sempre stati i colori di Arché: i colori del futuro, i colori della speranza e nel rinnovamento di sé, anche e soprattutto quando si attraversa un momento della vita pieno di insicurezze e fragilità.

Col tempo il suo nome si è trasformato, scegliendo un fluido e ancora più “identitario” gioco di parole, in Archébaleno, ma il senso e lo scopo sono rimasti gli stessi: costruire anno per anno, con una cadenza biennale, un giornale della Fondazione che restituisse all’esterno il senso del lavoro condotto da Arché, le testimonianze e le storie delle persone che ci si impegnano, ma non solo.

Partiamo dall’inizio: riprendo in mano uno dei primi numeri del periodico, siamo nel 1994, Arché faceva il suo primo convegno nazionale a Montecatini, per fare uno studio, un’analisi e una riflessione sulle dinamiche e le problematiche dei bambini e degli adolescenti con l’Hiv. Era autunno e l’edizione, che aveva un formato diverso da quello di oggi, leggermente più grande e in bianco e nero, raccoglieva diversi e interessanti articoli.

Un pezzo era dedicato ai progressi della medicina e della ricerca sull’infezione che in quegli anni agiva come una piaga, flagellando giovani e bambini, famiglie e singoli. Le  cifre parlavano chiaro: in Europa i bambini sotto i 13 anni malati di Hiv erano 4495, in Italia 397 (vedi nota sotto). Seguivano poi brevi notizie sul mondo dei bambini, piccoli fatti di cronaca insomma, e le testimonianze di volontari come Carla Panceri, la storica e prima volontaria di Arché alla quale abbiamo anche dedicato un post.

Nell’estate del 1995 invece, continuando a scorrere i numeri di Arcobaleno, prendeva vita un’assemblea sulla formazione dei volontari per prepararli al loro servizio nei day-hospital con i bambini e le famiglie che vivevano la problematiche dell’Aids. Poi arrivò il 1997 e il numero di quell’anno parlò dell’inaugurazione della Casa di Accoglienza di Milano, ed è invece del 1996 la drammatica, ma anche onesta e sobria testimonianza di una lucidissima Patrizia che raccontò per iscritto come cominciò a bucarsi, la sua infernale vita dentro in tunnel dell’eroina, la nascita dei suoi due bambini nati in astinenza e sieropositivi, il tumore e poi la sua lotta per guarire dalla tossicodipendenza e finalmente un nuovo amore e l’amicizia con Arché.

Gli anni corrono, e sfogliando i numeri del 2010 si arriva all’apertura della Fai Factory in via Jaurès a Milano, l’edificio sequestrato alla mafia e dato in gestione ad Arché affinché si realizzassero progetti per adolescenti. Ecco poi un dossier sul disagio psichico dei bambini con la storia, struggente e bellissima, di Martina, 9 anni, una piccola con un grande dolore nello spirito che di notte si procurava tagli alle braccia per sfuggire a suo modo ad un senso di profondo vuoto e solitudine interiore nascosto dietro la sua faccina seria e composta.

Fu nel dicembre del 2013, dopo molta e lunghissima strada (l’emergenza Hiv è venuta meno, la Onlus si concentra sul disagio di mamme e bambini) che il giornale cambiò nome diventando ufficialmente “Archébaleno”, con una veste grafica diversa, colorata, leggera, un formato più piccolo, rubriche e contenuti aggiornati.

Il giornale arriva nelle case degli abbonati e racconta puntualmente i cambiamenti della Onlus ma anche quelli della società, ridefinendosi, proprio come la mission di Arché in questi anni: prendersi cura, come fa dal 1991, di bambini e mamme che vivono una situazione di fragilità, con l’obiettivo di accompagnarli verso l’autonomia.

Arché è una storia che continua. Si porta dentro, proprio come l’etimologia greca della parola, un principio generativo, di creazione di speranza e di futuro, e conservativo, per mantenere in vita il mondo senza il quale nulla potrebbe esistere. Arché quindi ha un compito: intercettare le nuove sfide, i nuovi bisogni e i nuovi scenari possibili, trovare nuove forme per rispondere ad essi. Interrogare continuamente la natura di questa tensione tra il mantenimento e la creazione, e raccontarlo attraverso, appunto, Archébaleno.

Però Archébaleno ha anche un altro scopo, forse ben più grande: farsi promotore di un senso di cittadinanza solidale che è quello che Arché sta cercando di costruire nel suo impegno quotidiano. La vicinanza con le situazioni di grave fragilità e vulnerabilità ha permesso ad Arché di ritrovare il senso di appartenenza alla civitas e quindi ha dato alla Fondazione un continuo e nuovo slancio: essere presenti, essere protagonisti, mettersi in gioco, in una parola, essere dentro. Lo si può fare come Onlus, lo si fa innanzitutto come cittadini, insieme.

Archébaleno viene inviato in forma cartacea: lo abbiamo scelto affinché sia di più facile lettura, affinché lo si possa portare con sé nella vita quotidiana, ma l’idea è anche di metterne le edizioni, presto, online.

Per ricevere i numeri di Archébaleno dell'anno in corso è sufficiente una donazione di almeno 10 euro a Fondazione Arché Onlus.

N.d.r. Oggi, si stima che dal 1985 sono oltre 9.900 i bambini con infezione da HIV o nati da madre HIV positiva segnalati al al Registro Nazionale per l'Infezione da HIV in Pediatria, organo di consulenza nazionale del Ministero della Sanità, dell'Istituto Superiore di Sanità e della Commissione Nazionale AIDS.

Attualmente in Italia sono seguiti oltre 700 bambini e adolescenti con infezione da HIV, con un'età media di 13 anni e oltre 500 bambini nati ogni anno da madri HIV positiva. Lo ha reso noto l'ospedale pediatrico Meyer di cui fa parte il Centro di Riferimento Regionale (CRR) per la prevenzione e cura dei bambini affetti da AIDS che coordina il Registro nazionale per l'Infezione da HIV in Pediatria, in occasione della Giornata Mondiale contro l'Aids.












Questo post è associato al progetto: Casa Accoglienza

Postato Martedì 29/03/2016 da Stefania Culurgioni