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Il discorso di Padre Giuseppe a #bambiniamilano

Grazie a voi tutti di essere qui, per aver accolto il nostro invito.

La giornata di studio è già sufficientemente un poco costretta nel tempo e intensa di temi per cui non voglio sottrarre troppo spazio ai lavori, ma se siamo qui oggi è perché ci sta a cuore una questione che è quella del rapporto tra la città e i bambini.

Milano è una città che cambia e che spesso anticipa i cambiamenti che poi si diffondono nel Paese: cambia il lavoro e le sue modalità, cambiano i sistemi di vita e di relazione tra le persone, cambiano le mode, ma soprattutto cambiano gli affetti tra genitori, in particolare tra le madri e i figli piccoli.

Da venticinque anni Arché vive sulla faglia di questi cambiamenti con l’intelligenza e la passione per una delle sfide che più di ogni altra è alla base del suo futuro: i bambini e la loro condizione, i bisogni e le domande che le nuove generazioni pongono alla città.

Da 25 anni facciamo un po’ da ponte, costruiamo reti tra la città, intesa nella sua complessità e i bambini e le loro mamme, tra l’altro mamme sempre più giovani, che portano con sé quell’immenso bagaglio di umanità e di sensibilità frutto di una maestra che nessuno vorrebbe avere, ma che la vita ci fa incontrare e che è la sofferenza. Oggi la si chiama più facilmente “disagio” e spesso gli appoggiamo qualche aggettivo per circoscrivere il dolore che accende in cuore.

Proprio in questo viaggio lungo 25 anni abbiamo incontrato tante storie, tanti volti, tante attese e speranze. Sono stati anni intensi, dovrei dire bellissimi, ma mi rendo conto che oggi mancano tanti amici, piccoli e grandi che l’Aids ha portato via e che non sono qui e allora dico anni bellissimi sottovoce, ma con l’orgoglio di essere stato compagno di strada di maestri e di maestre di vita straordinari.

Ad essere onesti sono stati anni anche a tratti difficili: quanti errori, quante mancanze di amore e di attenzione… però anche questo ci ha insegnato che noi non siamo soltanto responsabili delle nostre azioni, ma anche delle parole che diciamo o che non diciamo.

Responsabili di come scegliere le parole che fanno del bene e quelle che fanno del male, quelle che sono portatrici di speranza e di aiuto e quelle che non lo sono. Siamo anche responsabili delle parole che dovremmo dire e che non abbiamo il coraggio di dire.

L’obiettivo della telecamera del video iniziale si muoveva appoggiato su un passeggino ad altezza di bambino, non già perché dobbiamo rimanere lì senza ambire alla crescita, anzi, il bambino non vede l’ora di abbandonare quella condizione e diventare grande, ma perché è la prospettiva dalla quale vogliamo muovere alcune proposte, alcuni suggerimenti soprattutto a chi sarà chiamato a governare la città nel prossimo futuro.

Ringrazio il prof. Mauro Magatti e la prof.ssa Giulia Rivellini perchè con l’Università Cattolica ci aiutano a fare questo percorso ad altezza di bambino dentro alcuni numeri, alcuni dati quantitativi della condizione dei bambini a Milano perchè da qui, insieme all’esperienza e alla competenza di tutti voi possiamo formalizzare un appello, delle proposte, alcuni suggerimenti che saremo chiamati simbolicamente a votare al termine della mattinata.

Voglio suggerire due prospettive da tenere presenti nel nostro percorso di oggi.

La prima si evince dallo studio che abbiamo intrapreso è che l’esperienza dell’infanzia è sempre più legata ad un contesto urbano. Oltre la metà degli abitanti del mondo, tra cui più di un miliardo di bambini, vive attualmente in città, grandi e piccole. Numeri sempre maggiori di bambini stanno crescendo in aree urbane. Il fenomeno migratorio riguarda sempre più bambini e minori, spesso non accompagnati, ai quali bisogna offrire le strutture e le opportunità di cui hanno bisogno per realizzare i propri diritti e il proprio potenziale umano.

Sempre 25 anni fa il nostro Paese ratificava la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (legge n.176 del 27 maggio 1991), così come diversi Paesi europei, ma oggi 25 anni dopo siamo costretti ad assistere alla loro clamorosa negazione da parte di un’Europa, che riserva ai piccoli profughi e rifugiati la costruzione di muri, di recinti, di filo spinato che viene steso per impedire a queste piccole e giovani vite, in braccio ai loro papà e alle loro mamme, di poter trovare casa in una terra senza bombe, senza cecchini, senza violenza.

I muri li costruiscono gli uomini, le prime vittime sono i bambini, chi li abbatte sono le donne. Infatti ho davanti agli occhi l’immagine di Emilia, la nonna di Lesbo immortalata in questa immagine in cui allatta un bambino siriano e che rispose alla giornalista che le chiedeva perché facesse questo:

Noi siamo figlie di profughi, nel 1922 siamo scappate dalla Turchia e siamo arrivate qui. Sappiamo cosa vuol dire... non possiamo lasciare questa povera gente in mezzo al fango, tenerla chiusa con il filo spinato o rimandarla sotto le bombe”.

Sarebbe già un successo se noi uscendo fuori di qui, ci prendessimo l’impegno di accogliere la paura che tanti nostri concittadini esprimono e il loro spavento per l’arrivo dei profughi, e accompagnarli a guardare per una volta il mondo con gli occhi di un bambino siriano che è partito da Aleppo o da Homs... e cercare di capire ciò che vedono i suoi occhi, di leggere i sentimenti che porta in cuore. Quali sono i volti di chi incontra: soldati che alla frontiera usano i gas, guardiani che controllano Idomeni come si gestisce un campo di concentramento?!

Quale futuro si potrà immaginare? Di quali sentimenti sarà capace domani uno che ha visto adulti trattarlo così? Quali atteggiamenti e speranze porterà in cuore uno che ha vissuto in quelle condizioni?

Potremmo fare nostra la “Carta di Palermo 2015” che chiede di cambiare approccio: dalla migrazione come sofferenza alla mobilità come diritto. Perchè non aboliamo il permesso di soggiorno? Uno non decide dove nascere, ma deve essere libero di scegliere dove vivere!

È tempo che l'Unione Europea promuova l’abolizione del permesso di soggiorno per tutti coloro che migrano, riaffermando la libertà di circolazione delle persone, oltre che dei capitali e delle merci, nel mondo globalizzato. Deve partire proprio dall’Europa una forte sollecitazione alla comunità mondiale per il riconoscimento della mobilità di tutti gli esseri umani come un diritto, su scala globale e non soltanto all’interno dello spazio Schengen.

Dobbiamo culturalmente passare dalla migrazione come sofferenza alla mobilità come diritto umano. Le attuali previsioni internazionali garantiscono il diritto di emigrare ma non garantiscono un corrispondente diritto all’ingresso con uno specifico dovere di accoglienza da parte degli stati.

C’è bisogno di qualcuno – e questi non possiamo che essere noi - capace di gridare ai nostri politici: “Non è delle urne che dovreste preoccuparvi, ma dei libri di storia”. Abbiamo bisogno di uomini e di donne che non governino in base ai sondaggi, ma che sappiano rispondere alle sfide della storia.

La seconda prospettiva che mi permetto di suggerire e che vi potrà sembrare paradossale, è quella di non mettere i bambini al centro. Proprio studiando i dati e conoscendo il fenomeno quantitativo emerge la necessità di accompagnare la loro crescita, la loro maturazione in una prospettiva antropologica dinamica.

Qualche tempo fa indicandomi il bambino che senza alcun senso del limite andava cannibalizzando la loro vita di genitori, il papà per definirlo utilizzò un’espressione eloquente: “Lui pensa di essere il centro del mondo”. Aggiunse però subito dopo, senza riuscire a trattenere una certa soddisfazione: “Lui sa quanto per noi questo sia assolutamente vero”.

No, non sono il centro del mondo, nessuno lo è, nemmeno i bambini. La storia, la nostra piccola storia come Arché ci ha insegnato la responsabilità di fronte al futuro, la responsabilità dei figli.

È curioso come nella Bibbia non si indugi mai più di tanto sulle fasce di età, sulla descrizione e la comprensione dei problemi e delle sfide di alcune stagioni della vita. Non perché non sia necessario, ma perché la sapienza biblica riconduce la vita umana, di qualsiasi età, a una condizione che le abbraccia tutte ed è l’essere «figlio di».

La Scrittura preferisce ricorrere per indicare una persona, dal bambino all’adulto fino anche all’anziano, al lemma «figlio di…». Forse vi sarà capitato di sentire quelle lunghe genealogie bibliche in cui si dice: il tizio figlio del tale; il tale figlio del talaltro… Laddove noi preferiremmo mettere un’età, un titolo di studio o di onore, una qualche specificità, l’antropologia biblica riconduce sapientemente il tutto alla condizione di «figlio di».

Un’espressione che ricorre quasi 1500 volte nella Bibbia, per dire che nell’identificare una persona è questo il dato principale, la si definisce nella sua condizione esistenziale di figlio. Che permane anche oltre la morte dei genitori. Uno è sempre figlio di. Tant’è che l’insulto peggiore che si possa lanciare contro una persona è di mettere in dubbio l’onorabilità del padre e della madre.

Tutti siamo figli. Nel senso immediato che la vita non ce la diamo da soli, nessuno si fa da sé; ma siamo figli anche nel senso che questa è sempre la nostra condizione da non dimenticare, qualsiasi cosa facciamo nella vita, sia che diventiamo papà o mamme sia che non lo diventiamo; quale che sia il ruolo e le responsabilità che ricopriamo nella società… comunque siamo figli ed è questa la prospettiva di responsabilità che vogliamo tenere presente nel pensare ai bambini a Milano e non solo quelli di Milano di oggi e di domani.

È certo infatti, ma non del tutto noto e scontato per chiunque, come il rapporto fra Milano e la realtà dei minori, dall’infanzia all’adolescenza, abbia delle criticità non risolte. E rappresenti, quindi, un problema di dimensioni assolutamente rilevanti, per il futuro della comunità milanese.

Sanno bene i più consapevoli che lo stile di vita della città, del tutto corrispondente all’immaginario collettivo che se ne è formato (fatto di dinamismo quasi frenetico, di affari, efficienza, mito del lavoro, innovazioni, lustrini, in buona parte valori certamente apprezzabili, ma tutti orientati a privilegiare le forze produttive…), non sempre comprende una speciale attenzione per i bambini ed i particolari bisogni della loro crescita. O meglio, questi bisogni rischiano di non rientrare tra le priorità, negli interessi vitali e dinamici della vita metropolitana e, soprattutto, delle classi dirigenti e dei decisori politici. E questo vale per il centro come per le periferie. Anche se queste ultime hanno problemi e bisogni ancora più marcati, essendo il centro urbano, da sempre, il solo riferimento di ogni valore, nello sviluppo delle città.

Inoltre, occorre riflettere sull’inadeguatezza delle politiche demografiche e di welfare, non immaginate, e risolte, come incrociate fra loro, ma, soprattutto, non assunte in una visione olistica, capace di affrontare e risolvere la complessità del problema, e non soltanto alcuni dei suoi aspetti particolari.

p. Giuseppe














Postato Giovedì 19/05/2016 da Paolo Dell'Oca