Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.

CHIUDI

Lezioni di judo a Lusaka

Non conoscevo l’Africa, non avevo mai volato verso sud dell’equatore prima di luglio e non sapevo cosa aspettarmi, ma mi tranquillizzava sapere che sarei andata a insegnare Judo, qualcosa che, invece, conoscevo molto bene.

Durante la mia prima lezione, la hall ospitava trenta ragazze zambiane. Ero arrivata al Social Development Center cinque giorni prima, da sola. Ma non lo ero rimasta a lungo: essere soli era il miglior stimolo per iniziare a creare legami a Lusaka, per spingermi a incontrare i suoi abitanti, per conoscere Elena, l’operatrice di Arché, e le suore comboniane.

Molti altri li conobbi il mio primo pomeriggio di lezione. Non mi aspettavo così tanti partecipanti, abbastanza da costringermi a ripensare gli spazi della hall, poiché i tatami non bastavano per permettere a tutti di esercitarsi. Ho cominciato a utilizzare anche il pavimento, oltre ai tappeti. Era un nuovo modo di fare lezione, ma a Lusaka il judo si reinventava, come tante delle azioni quotidiane a cui ero abituata e che ora cambiavano significato.

Spiegai una delle più semplici tecniche di difesa, mostrando come difendersi da un pugno diretto al viso, bloccando il braccio dell’avversario e sfruttando la sua forza per ribaltarlo.

Chiesi alle ragazze di formare delle coppie e provare loro stesse. Appena allungavo una mano per correggere i loro movimenti, però, si ritraevano. Avevano paura, mi spiegò Elena successivamente: crescevano imparando a temere il contatto fisico. Era difficile, per loro, iniziare a fidarsi di me.

Cominciai a misurare in modo diverso il mio ruolo all’interno della comunità: cresceva in me l’urgenza di insegnare qualcosa che Mapalo, Irine e Natasha potessero portare con loro fuori dal centro, quando tornavano a casa. Sarei ripartita in poco più di un mese, ma mi premeva lasciar loro la più essenziale delle meraviglie occidentali che popolavano i miei racconti: un senso di sicurezza, una lenta riconquista del proprio corpo.

Non mancava di stupirmi l’ospitalità zambiana. Un giorno Jacinta, l’insegnante di inglese, invitò me, Elena e Suor Patrizia a pranzo a casa sua. Aveva preparato l’inshima, il piatto tipico zambiano: una polenta bianca e grumosa che si raccoglie dalla scodella con le mani. In Zambia non esistono le posate.

Jacinta portò a tavola anche un piatto di locuste fritte. Non le avevo mai mangiate prima e scoprii con piacere che avevano un gusto simile a quello del pollo allo spiedo. Si sposavano bene con delle piccole melanzane bianche cotte in salsa di pomodoro, rotonde e piccole abbastanza da poterle inghiottire in un solo boccone. Nella stessa salsa di pomodoro Jacinta aveva anche cotto i soja pieces, degli straccetti di soia simili al ragù. Jacinta mi spiegò che quello era il tipico pasto zambiano, che si può mangiare indifferentemente a ora di colazione, pranzo o cena.

Dopo un mese, quando tornai a Milano, i miei genitori erano al mare e l’appartamento vuoto. Potevo muovermi per casa e confrontare il mio appartamento con quello di Jacinta: osservavo l’acqua corrente scendere dal lavandino e mi stupivo di avere un intero bagno tutto per me, piuttosto che una buca nel terreno da dividere con i miei vicini di pianerottolo. Era strano anche aprire la finestra senza essere investiti da nuvole di polvere.

Il mio viaggio a Lusaka mi ha fatto riflettere su quanto sia casuale essere nati in Europa piuttosto che in Africa, ma che ovunque il destino ci abbia fatto nascere, il dono della vita è ciò che di più prezioso possediamo.

A Lusaka ho raccolto molte storie, appartenute a donne, bambine e bambini. Alcune di esse erano terribili: descrivevano circostanze che molti non avrebbero esitato a definire insopportabili. Eppure, non c’era tristezza nei loro racconti, né rassegnazione: parlavano della fortuna di essere vivi, di quanto fosse bello essere al mondo.

Diana Nicole Caldara

E se vuoi leggere altre storie sulle esperienze dei nostri volontari in Africa, clicca qui.












Questo post è associato al progetto: Volontariato estivo in Africa

Postato Martedì 20/09/2016 da Paolo Dell'Oca