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Che senso ha se ti salvi solo tu?

Quando ero piccolo con i miei amici ci raccontavamo degli indovinelli che erano quasi dei casi investigativi, in cui uno descriveva una situazione e gli altri gli ponevano delle domande al riguardo; lui poteva rispondere, lapidario come un referendum costituzionale: “sì”, “no” o “non è rilevante”.

Uno di questi enigmi recitava: “Un uomo si lancia da un palazzo, sente un telefono squillare e urla «Nooo!»”.

E allora iniziava l’interrogatorio.

“L’uomo è italiano?”.

“Non è rilevante”.

“L’uomo conosce chi ha telefonato?”

“Non è rilevante”.

“L’uomo è caduto dalla finestra per sbaglio?”.

“No”.

“Qualcuno vede che lui sta volando giù?”.

“No”.

La soluzione era che quell’uomo al mattino si era svegliato e a casa sua non aveva trovato nessuno. Era sceso in strada e non c’era anima viva, e neanche nel suo ufficio. Allora ha deciso di buttarsi. Sentendo il telefono ha capito che al mondo c’era almeno un’altra persona (chi stava telefonando in quel momento), ma a quel punto era troppo tardi e ha gridato il suo rammarico.

Da ragazzini ci sembrava verosimile non tanto che quest’uomo si ritrovasse da solo sulla Terra, quanto che decidesse di buttarsi.

Che senso ha se ti salvi solo tu?

Il neonato è un esempio lampante di ciò: senza la madre non può sopravvivere e dipende da lei per mesi. Mamma e bambino. La comunità minima.

Tutti siamo figli, qualcuno anche genitore (sempre di meno, Ministra, sempre di meno), e mi strazia la lettura, tra le altre, di quel bambino siriano morente che tenta di tranquillizzare il papà disperato: “Dirò a Dio quello che ci hanno fatto, gli dirò tutto”.

Nelle settimane che succedono al fertility day continuo a vivere il dramma dell’impotenza. Continua a leggere...

Paolo Dell'Oca












Questo post è associato al progetto: CasArché

Postato Martedì 18/10/2016 da Paolo Dell'Oca