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Milano, terra di madri

«Milano madre di madri,

terra di madri

che offre cura e governo al dolore dei figli» (Gabriele Dozzini).

Non è più tempo, forse, per costruire grandi chiese, perché ne abbiamo già tante, oggi è il tempo di accogliere, di aprire le porte, di essere madre per chi arriva da lontano, per chi fugge dalla guerra, per chi cerca un futuro per sé e per i propri figli.

Per questo oggi vi invito ad ascoltare la storia di Rose. Ascoltarla sarà dura, ma farà bene alla nostra fede, farà bene anche alla nostra umanità.

«Buonasera a tutti, il mio nome è Rose. Ho vent’anni e sono la mamma di Yohanna. Il mio paese d’origine è la Nigeria. Oggi vivo nella comunità Arché. Sono molto riconoscente a Padre Giuseppe per aver accolto me e Yohanna e per avermi dato l’opportunità di celebrare il suo battesimo questa sera. Ringrazio anche tutti voi che mi avete accolto qui nella vostra chiesa.

Sono stata battezzata nella chiesa di Sant’Andrews in Lagos, la città dove ho vissuto fino al 2014. Era un pomeriggio come tanti altri quando mia madre mi ha fatto entrare nella nostra casa per dirmi che lei e mio padre avevano deciso di mandarmi in Europa. Alla notizia io ero molto felice.

“Andrai in Francia a fare la parrucchiera” mi disse mio padre, guadagnerai bene e ci potrai anche mandare dei soldi. Dovevo improvvisamente lasciare la mia famiglia, il mio fidanzato.

Sono partita con altre due ragazze nigeriane scortata da due uomini. Mi era stato detto che avrei fatto una parte del tragitto in auto, e poi avremmo preso l’aereo. Ero triste perché lasciavo tutto, casa, amici, la mia terra, ma anche emozionata perché era la prima volta che avrei preso l’aereo. Mi fidavo dei miei genitori e all’inizio non feci molte domande.

Ma quando dopo alcuni giorni attraversando la Nigeria verso Nord mi resi conto che continuavamo a viaggiare in auto, iniziai a chiedere informazioni sul percorso che avremmo fatto. Le risposte che ottenevo erano sempre evasive.

Dopo alcuni giorni di viaggio iniziai a non sentirmi bene, ero debole, avevo forti nausee. Pensavo che fossero dovute al all’acqua che bevevo al cibo che ci veniva dato. Ma ben presto mi resi conto di essere incinta.

Attraversare il deserto del Niger non è un’impresa facile, e Yohanna cresceva ogni giorno un po’ di più dentro di me, rendendo sempre più difficile tenere nascosta la mia condizione.

Un volta entrati in Libia, gli uomini che ci accompagnavano si sono accorti della mia gravidanza e da quel momento il mio viaggio della speranza si è trasformato in un viaggio dell’orrore. Alle mie compagne è stata fatta violenza ripetutamente, io sono stata risparmiata solo per la mia condizione, ma il progetto era di farmi abortire. Mi hanno picchiata più volte e visto che queste violenze non davano il risultato voluto mi hanno costretta a prendere dei farmaci per abortire. Se non li avessi presi mi avrebbero lasciata in Libia in un bordello.

La Libia è un paese fuori controllo, dove la vita delle persone non conta nulla. Per me e per il mio bambino avrebbe significato la morte certa. In quel momento ho anche capito che, una volta a destinazione in Francia, non avrei fatto la parrucchiera ma ero destinata alla prostituzione. Io come tante altre Nigeriane vendute, vittime della tratta. 

Ero sola, nessuno che mi potesse proteggere in alcun modo, senza sapere come sottrarmi a questo destino, mi sono messa nelle mani di Dio. L’ho pregato in ogni momento con tutte le mie forze che non mi facesse perdere il mio bambino e che mi salvasse da quell’orrore.

Sono stata imbarcata una prima volta, in uno di quei barconi che lasciano la costa della Libia verso le coste della Sicilia. A poche miglia siamo stati fermati dalla guardia costiera libica e deportati in un campo.

Dopo qualche mese, un altro tentativo di attraversare il tratto di mare verso l’Italia. Siamo partiti all’alba, il barcone era stipato di esseri umani. Sono stata seduta per 36 ore sotto coperta, senza potermi muovere, non c’era spazio, non c’era aria, si faceva fatica a respirare. Ho visto persone morire di fianco a me.

Ad un certo punto, in alto mare il barcone ha cominciato ad affondare, sentivo le urla di persone cadute in acqua che stavano annegando. Pregavo, continuavo a pregare, ho promesso a Dio che se mi avesse salvata avrei dedicato ogni giorno della mia vita alla preghiera, una parte di ogni giorno dedicata a lui. 

I soccorsi ci hanno messo molto ad arrivare, ben 36 ore. Ero ancora viva. Non appena sbarcata in Sicilia sono stata ricoverata in ospedale e la mia gioia è stata immensa, non solo perché ero salva, ma perché dopo vari esami un medico con un sorriso mi ha detto che il mio bambino era vivo e in salute e che avrei potuto portare avanti la gravidanza.

Il resto della mia storia è costellata dalla generosità e dall’amore delle persone che mi hanno accolta, aiutata a partorire e, oggi, a condurre una vita dignitosa con la mia bambina».

Grazie Rose, grazie del tuo coraggio e della tua forza. Grazie per la testimonianza di fede che ci hai donato e che ci chiede di diventare anche noi, insieme con te e con la piccola Yohanna, pietre vive, il luogo più caro della sua Presenza.













Questo post è associato al progetto: Casa Accoglienza

Postato Domenica 16/10/2016 da Paolo Dell'Oca