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roveto

Per amore del mio popolo

Sarebbe bello se le parole rivolte dall’angelo a Maria così dense di tenerezza nell’annunciarle: il Signore è con te! potessero giungere nelle nostre case, ai nostri ammalati, a chi cerca consolazione e pace, a chi cerca lavoro, ma anche nelle case di Aleppo, delle città dell’Afghanistan, della Nigeria… nelle case di innumerevoli famiglie e popolazioni che nel mondo cercano giustizia, sono nella prova, nel dolore, cui manca il futuro.

Dio non smette di essere con noi, forse mancano angeli che sappiano portare una parola, un gesto, un annunzio di speranza. Di profeti di sventura ce ne sono in abbondanza, ma angeli che tengono viva non l’illusione, non una fantasia, ma la promessa di Dio non è facile trovarne, non è di tutti i giorni ascoltarne la voce. Ma che voce ha un angelo? Con quale tono di voce potrà mai aver parlato al cuore di Maria l’inviato di Dio, Gabriele?

Per rispondere dobbiamo andare indietro nel tempo e attingere alla Scrittura, perché una domanda analoga se la posero i maestri d’Israele commentando l’esperienza di Mosè al roveto ardente. Dio voleva parlare con Mosè, ma Mosè dicono i saggi, era talmente preso dal suo lavoro, pascolava il gregge di Ietro, suo suocero, che Dio, visto che non c’era modo di interromperlo, per potergli parlare dovette sorprenderlo con un fenomeno speciale: un roveto che ardeva senza consumarsi…

Il roveto ben rappresenta la condizione del popolo: è considerato il più umile tra i vegetali e per questo rimanda alla pochezza del popolo ebraico in esilio rispetto a tutte le altre nazioni. Non solo, ma l’immanenza divina racchiusa nei suoi miseri rami che bruciano evoca l’idea che il Signore soffre insieme a Israele… E poi il roveto serviva per formare siepi intorno ai giardini, analogamente Israele si considerava la siepe del mondo, un mondo che è il giardino di Dio e che senza questa protezione diverrebbe subito deserto.

Insomma l’Eterno una volta attirata l’attenzione di Mosè, non sapeva come comunicare con lui, ed era preoccupato, dicono i maestri d’Israele, perché temeva di spaventarlo, dato che Mosè non era abituato al rapporto diretto con Dio.

Allora Dio pensò: Se gli parlo con una voce tonante, si spaventerà, ne resterà terrorizzato. D’altra parte se gli parlo con una voce troppo bassa, con tono sommesso, avrà poco riguardo, non gli darà il giusto peso… Dopo qualche attimo di esitazione Dio disse tra sé: Mi rivolgerò a lui con la voce di suo padre, così ne sentirà contemporaneamente l’autorità e l’affetto.

Ora, Maria di Nazaret ha ascoltato la voce dell’angelo di Dio, non sappiamo quale sia stato il timbro di voce se quello di suo padre o quello di sua madre, ma la reazione fu simile a quella di Mosè: di fronte a una voce che parla nell’intimo del cuore e della coscienza e che ti fa capire che sei chiamata a una missione per la tua gente, per il tuo popolo, per l’umanità che ancora grida pace e liberazione, l’obiezione diventa una domanda: Chi sono io per fare questa cosa?

E siccome tutti gli uomini, i maschi, sono coraggiosi quando le cose vanno bene e sono audaci quando intorno hanno consenso e popolarità, l’Eterno ha deciso di parlare al cuore di una ragazza che con una certa dose di follia e di fede insieme, accetta una missione che non le garantisce affatto il successo, il denaro, la gloria, la felicità o la salute…

Per Maria di Nazaret la promessa non è nulla di tutto questo, la promessa è un bambino il cui nome è un programma di popolo “Gesù”, Dio salva. Dio vuole salvare il popolo, salvare la tua gente, salvare l’umanità che grida, liberare il popolo che sta nelle condizioni di cui Isaia ci parla nella prima lettura, per spianare la via, la strada e liberarla dai sassi che costituiscono un inciampo.

Isaia aveva in mente il ritorno dei deportati da Babilonia che dovevano attraversare il deserto e sognava una via aperta da Dio che rendesse meno duro il cammino. Si sa, che dopo anni di privazioni e di prigionia, di lavori forzati e di mancanze, affrontare un viaggio simile poteva essere più rischioso che non rimanere in esilio! Occorre un atto di fede anche per tornare. Lo sperimentò la generazione guidata da Mosè: nel bel mezzo del deserto avrebbe preferito rimanere a mangiare nella scodella degli schiavi, piuttosto che morire di fame e di sete nel deserto.

I Padri della Chiesa Orientale rileggendo il mistero della maternità di Maria narrato da Luca, hanno detto: ecco il roveto ardente. Così fa infatti Efrem Siro (+ 373) il quale parlando del grembo di Maria come del roveto nel quale discende il fuoco divino di un Dio, scrive: «Chi mai ha visto il fuoco avvolgere se stesso in fasce? Tale è la misura alla quale Dio ha abbassato se stesso, per amore».

Se Maria si fosse chiusa nell’orizzonte del suo futuro personale, dei suoi interessi, se non avesse avuto amore per il suo popolo, se Maria non avesse ascoltato il grido dei poveri che saliva dalla sua gente, avrebbe declinato l’invito dell’angelo. E aveva tutte le ragioni per continuare a fare le sue cose, a perseguire i suoi programmi e rispondere: guarda ho già tante cose per la testa, ho tanto a cui pensare, lascia perdere, trova qualcun altro. Non avrebbe dato ascolto alla voce di Dio che le prorompeva dal di dentro con una soavità irresistibile.

Questa è la prima cosa che Maria ci consegna nel disporci a vivere la festa del Natale di Gesù.

Maria ci insegna il primato dell’ascolto della parola di Dio nella vita del discepolo. Nel Vangelo riconosciamo che lei nella parola di Dio è veramente a casa sua, ne esce e vi entra con naturalezza. Parla e pensa con la parola di Dio, la parola di Dio diventa parola sua e la sua parola nasce dalla parola di Dio. Essendo intimamente assorbita dalla parola di Dio, ella può diventare madre della Parola incarnata. Se anche noi stiamo nell’ascolto di questa Parola, impariamo ad essere voce di angelo, voce di speranza per la nostra umanità. Dio non è indifferente, anzi cerca ancora oggi voci prestate alla sua Parola per venire incontro al grido dei poveri della terra, qualcuno che per amore del suo popolo si sappia mettere in gioco.

Ed è questa la seconda cosa che riceviamo oggi. La salvezza che l’angelo annuncia è dettata dall’amore per il suo popolo. Isaia ha a cuore il ritorno della sua gente, Maria è consapevole che occorre fare qualcosa per il suo popolo, per un’umanità che attende liberazione, giustizia, pace. Un’umanità che attende e desidera un mondo più equo, più giusto, pacificato, senza armi. Ed è questa una parola profetica per noi che siamo troppo ripiegati su noi stessi, sul nostro particolare. Siamo sempre meno sensibili al senso del bene comune, del comune destino di popolo, della comune appartenenza alla condizione umana. Troppe volte ci accontentiamo di soluzioni di basso profilo, circoscritte nel ristretto ambito dei nostri interessi.

Venticinque anni fa a Natale un gruppo della provincia di Napoli guidati da don Peppino Diana (ucciso dalla camorra nel marzo 1994) pubblicò una lettera Per amore del mio popolo, una lettera nella quale non si limitavano a denunciare la camorra, il male eretto a sistema, ma mettevano in luce le radici e le possibili vie di guarigione con una forza e una lucidità che ritroviamo oggi nelle parole di papa Francesco.

Come possiamo avere anche noi un poco di questo amore per il nostro popolo? Come crescere in questa consapevolezza, ed è la terza consegna di oggi, se non nel roveto ardente, in quel roveto che Dio continua a tenere vivo ogni volta che celebriamo l’eucaristia, dove viviamo il mistero dell’amore che brucia e non si consuma?

Ogni volta che celebriamo e partecipiamo allo spezzare del pane, ogni volta che attingiamo al calice del sangue di Gesù, a questo amore che brucia e non si consuma attualizziamo quello che diceva Isaia nella seconda parte della lettura (63,1ss). Isaia si rappresenta un dialogo tra le sentinelle della città e un misterioso personaggio che entra trionfante con i vestiti tinti del rosso del sangue dei suoi nemici.

Una pagina tra l’altro raffigurata nella nostra chiesa dall’affresco del Bergognone al fonte battesimale, dove però il misterioso personaggio è Gesù, le cui vesti sono rosse, ma non del sangue dei nemici, bensì del suo! È il cosiddetto torchio mistico, perché il torchio che ha la forma della croce e il grappolo d’uva è il Cristo, il cui sangue versato viene raccolto nel calice cui attingono le generazioni dei credenti.

Con Gesù c’è un mondo che sta nascendo. Si tratta di dargli una mano. Si sa, i parti sono sempre dolorosi. Per questo non ci scoraggiamo e continuiamo ad attingere coraggio e audacia al mistero del roveto ardente ed essere così voce di speranza e di futuro per amore del nostro popolo.














Postato Domenica 18/12/2016 da Paolo Dell'Oca