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2003: la passione di costruire il futuro, non solo in Italia

A Milano, dove aveva costruito una rete di aiuto per le famiglie con il problema della droga e dell’Aids, Arché era attiva da più di dieci anni. Fu dunque quasi spontaneo, alla fine degli anni Novanta, guardare oltre: l’associazione comprese che c’erano altri luoghi dove portare la propria esperienza. Fu per questo che si pensò all’Africa.

Dopo alcune esperienze esplorative di volontari, guidati da Padre Giuseppe, “nel 2003 decidemmo di inviare in Kenya il nostro operatore Marco Casiraghi – racconta Cristina Bocca, economista e responsabile dei progetti di Arché in Africa – Marco si fermò due anni in una missione dei religiosi camilliani che gestivano un grande centro per orfani di genitori morti per l’Aids. Furono due anni importanti: Arché stava cercando di capire in che ambito prestare la propria esperienza.

Marco studiò il contesto, ragionò. Fu così che individuammo la Diocesi cattolica di Kisii, dove c’era bisogno di un intervento di prevenzione dell’Aids rivolto ai giovani”.

Immaginatevi Kisii come una cittadina urbanizzata, 300mila abitanti, soprattutto giovani, frizzante e piena di piccole attività commerciali. Proprio lì, nel mezzo di quella spumeggiante vitalità, uno dei problemi più grandi è il contagio da Hiv: il principale veicolo di trasmissione è il rapporto eterosessuale e ciò vale soprattutto per i giovani. Un precoce e prematuro approccio al sesso è molto frequente insieme ad una mancanza di informazione corretta sulle modalità di trasmissione.

“Fu per questo che studiammo un progetto in collaborazione con la Diocesi e il Ministero della Pubblica Istruzione locale – spiega Cristina Bocca - e nel 2006 avviammo Hiv/Aids Prevention Program in Schools, un programma di incontri nelle scuole rivolti ai ragazzi adolescenti per parlare dei comportamenti a rischio”. In 10 anni di lavoro i nostri educatori locali hanno incontrato circa 15mila ragazzi tra i 12 e i 14 anni, ciascuno dei quali ha partecipato ai nostri workshop composti da cinque incontri consecutivi.

“Negli anni abbiamo arricchito l’intervento con un progetto che si chiama Yopa, ovvero Youth-Oriented Parenthood into Action – continua Cristina – abbiamo cioè esteso il lavoro di sensibilizzazione ai genitori degli adolescenti. Dobbiamo immaginarci infatti un contesto familiare in buona parte dominato da metodi educativi tradizionali, dove non esiste un confronto aperto ed equilibrato tra genitori e figli. Con Yopa cerchiamo di spiegare agli adulti l’adolescenza, e di creare ponti di comunicazione tra figli e genitori”.

I volontari Arché hanno avuto un grande ruolo: da loro infatti è nato l’impegno dell’associazione nello Zambia. Nel 2001 partì il progetto "Zambia: istruzione per la vita", attivato proprio dai volontari che avevano partecipato ai campi estivi. Arché ha iniziato a collaborare con i gesuiti che da oltre 100 anni sono presenti a Chikuni, una missione rurale nel sud dello Zambia dove i missionari promuovono lo sviluppo sociale e culturale della popolazione locale.

“Cominciammo nel 2002 – racconta Cristina – e quando arrivammo, a Chikuni c’erano almeno 3mila bambini e ragazzi, tutti orfani di genitori (morti per l’Aids) su 25mila abitanti. L’Aids falciava giovani padri e madri, i piccoli restavano ai nonni o entravano in nuclei familiari dove già c’erano 7-8 minori da sfamare. I problemi erano davvero tanti, primo tra tutti gli orfani non venivano mandati a scuola. La prima cosa che abbiamo fatto quando siamo arrivati è stato comprare 1500 coperte perché, anche se non lo sa nessuno, in alcuni mesi dell’anno la sera nello Zambia fa davvero freddo”.

Col tempo, insieme ai Gesuiti, abbiamo strutturato un progetto: bisognava aiutare i bambini e gli adolescenti a studiare, ma tutta la comunità doveva essere coinvolta e sentirsi interpellata per trovare i fondi. Oggi dopo tanti anni aiutiamo i ragazzi orfani più meritevoli a terminare la scuola secondaria, che nello Zambia è molto costosa, e aiutiamo le famiglie a generare reddito che possa poi essere impiegato per favorire l’istruzione dei minori mediante l’apicoltura, il laboratorio di sartoria, la coltivazione del girasole o la raccolta di pannocchie e ramaglie per alimentare le stufe ad alto rendimento.

“Però non dobbiamo pensare all’Africa come ad un luogo dove ci sono i bambini con la pancia gonfia e le mosche sugli occhi – chiarisce Cristina – l’Africa è in gran parte un continente vivo, in grande fermento. A Chikuni gli studenti sono ragazzi con grandi aspettative sul loro futuro: vogliono diventare medici, ingegneri, professori, frequentare l’Università”.

E infatti a Chikuni si trovano alcune delle migliori scuole zambiane. Ed è lì che Arché, attraverso il nostro coordinatore Gianpietro Gambirasio ed un team di educatori locali, conduce un progetto per adolescenti di prevenzione di comportamenti a rischio dal nome “Action with Youth”, un intervento educativo simile nei contenuti a quello condotto in Kenya a favore delle nuove generazioni, il futuro dell’Africa.

Il lavoro di Arché in Kenya e Zambia è una sfida sempre aperta – continua Cristina. Il tessuto sociale di questi due paesi è in rapida evoluzione. Ciò impone ad Arché una lettura intelligente dei bisogni per essere sempre più efficaci nelle risposte.














Postato Mercoledì 25/01/2017 da Paolo Dell'Oca