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Perché una seconda casa di accoglienza?

A volte si ha bisogno di un rifugio, ma i rifugi non sono per sempre. Così anche le mamme di Arché prima o poi tornano alla vita fuori dalla comunità.

Non che ne siano davvero mai uscite, dalla vita (stare nella Casa Accoglienza non significa abdicare ad essa ma solo entrare in un contesto più protetto), ma nel migliore dei casi arriva un momento in cui è giusto salutarsi: succede quando una mamma è diventata autonoma, quando ha ristabilito il suo equilibrio. E allora, perché costruire una seconda casa di accoglienza, se ce n’era giù una?

Partiamo dall’inizio: nel 1991 Arché si trovò come un soldato in trincea. Si moriva di Aids, tantissimi bambini sieropositivi con le loro mamme non sapevano davvero come fare. Rifiutati dalla famiglia, isolati dagli amici, cacciati di casa. Casa Accoglienza, in centro a Milano, nacque per questo: per accoglierli e aiutarli.

Quando, alla fine degli anni Novanta, l’emergenza pediatrica è venuta meno grazie ai farmaci che hanno cronicizzato la malattia, l’urgenza si è affievolita. In Casa hanno dunque cominciato ad arrivare mamme e bambini con un altro tipo di problemi: dalle violenze alla fragilità psicologica, da problemi abitativi a difficoltà lavorative, italiane e straniere.

Casa Accoglienza è diventata insomma una comunità per mamme e bambini con disagio sociale e fragilità personale, ma sempre in una situazione di urgenza. Sono mamme che arrivavano, come dire, “in codice rosso”, che richiedevano cioè un contesto di protezione alto.

“Il più delle volte si tratta di donne che hanno smarrito o che non hanno mai maturato la capacità di essere mamme – spiega Lino Latella – lavoriamo con loro affiancandole 24 ore su 24 ad un educatore, e ripartiamo spesso da zero. Costruiamo le loro competenze, se non le hanno, cerchiamo di svilupparle, se ne hanno poche”.

Nel concreto: spesso, bisogna imparare da zero a cimentarsi con il denaro, con gli orari, con le regole, con gli altri. Sembra facile, non lo è.

Ma ecco sempre la stessa domanda: perché costruire una seconda casa di accoglienza?

“Perché – spiega Lino – il percorso di cui abbiamo parlato, ad un certo punto evolve. Quando si raggiungono gli obiettivi, le mamme sono maturate, le cose dentro e fuori di loro si sono rimesse a posto, sono pronte per andare. Ma il passaggio dalla Casa di accoglienza alla realtà rischiava di essere troppo brusco, troppo diretto, e loro di perdersi”.

Arché, negli anni, si è appoggiata ad associazioni che facevano da ponte e che, in questo delicato passaggio, accompagnassero ancora per un pezzo le mamme: non più in Casa, ma neanche da sole lì fuori.
“Poi ci siamo chiesti: e perché non farlo noi?”.

Ma con una novità, che rende il modello Arché unico in assoluto: esistono le Case di accoglienza di primo livello ed esistono gli appartamenti di semiautonomia, ma non esistono Case di accoglienza di secondo livello, come CasArché: “Gli appartamenti di semiautonomia sono sempre stati il passaggio successivo ad una comunità – spiega Lino – ma in una realtà del genere, l’educatore vede le mamme solo sei ore alla settimana. In una comunità invece è con loro sempre, ma fa un passo indietro”.

Ecco cosa significa CasArché: significa stare insieme, crescere ancora, essere presenti sempre, ma con ruoli diversi. Le mamme sono più autonome, gestiscono da sole figli, soldi e lavoro, l’educatore c’è sempre ma non entra nelle loro scelte, si limita ad indirizzare ed osservare. Un tutoraggio, più che un accompagnamento. Qualcosa di meno forte della Casa Accoglienza ma di più incisivo di un appartamento di semi autonomia.

Questo è vitale. Significa diminuire, si spera, il rischio di ricadute. Significa frapporre un pezzetto tra il codice rosso e quello verde, significa ammortizzare l’impatto col mondo esterno senza buttare tutto il lavoro che si è fatto nell’urgenza. È un modello unico, fatto alla Arché, sperimentale e, ci auguriamo, interessante e ispiratore per il resto della società.












Questo post è associato al progetto: CasArché

Postato Lunedì 09/01/2017 da Paolo Dell'Oca