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Vi presento CasArché

 

Imbarcarsi.
Ignoriamo quali navi incontreremo,
quali tempeste proveremo,
in quali porti potremo riposarci.
Si parte senza avere previsto tutto
e si arriva.
È rischioso.
Questo non impedisce di partire
(L. J. Lebret, Principes pour l’Action)

È davvero primavera!

Questi 24 anni di impegno sociale, di solidarietà, di condivisione… sono come l’albero da cui fioriscono i germogli di futuro e di speranza (10 maggio 1991).

Oggi vi racconto di un germoglio, quello che noi chiamiamo progetto anche se non si tratta semplicemente di un progetto, come tanti ne abbiamo realizzati in questi anni e perché ormai siamo abituati a ragionare così, a progettare… qui siamo di fronte a qualcosa di più, per me questa è una vocazione, qualcosa che precede la mia volontà e che avverto ormai da tempo come irresistibile: la risposta a un sogno che tra poco vi descriviamo nei suoi contenuti, ma di cui prima vorrei tracciare la mappa che persegue.

Non è in questione la crescita in grandezza di Arché, non è ambizione la nostra a diventare chissà quale organizzazione, ma se c’è un’ambizione in questo è quella di dare nel nostro momento storico, in questo frangente che è come un crocevia della nostra società per cui si sa che l’esito dipende dalla strada che intraprendi… ecco, l’ambizione è quella di dare in questo crocevia un’indicazione di dove andremo a finire.

Dove stiamo andando? Dove andiamo a finire?

C’è una parola che segna il percorso di questi anni di ricerca, di fatica, di esplorazione… ed è fraternità.

Dove vogliamo andare a finire? Dove porta il cammino e il servizio di Arché? Verso la fraternità, verso quella condizione nella quale guardo l’altro, vivo con lui come fratello e sorella in umanità.

Non sto pensando a una visione romantica della società e lo dico con un’immagine che rende l’idea: se io pago le tasse chiedo che con quei soldi vengano aiutati i bambini, gli anziani, i malati, profughi, gli immigrati... Questa è fraternità, ma si sa che proprio intorno al denaro anche i rapporti più fraterni sono sottoposti a dura prova ed è qui che oggi viviamo una certa contraddizione e sulla quale stiamo lavorando ormai da anni per fare crescere in noi quella coscienza civica che chiamiamo cittadinanza solidale.

Fraternità non come ideale romantico o come utopia… ma come sintesi del lavoro e della riflessione sulla cittadinanza che ormai da tempo stiamo portando avanti e che vogliamo testimoniare.

È curioso che tra le tre parole rivoluzionarie della Rivoluzione francese, liberté, égalité, fraternité, proprio l’ultima sia stata la più disattesa sia allora, sia oggi.

Oso pensare che o la libertà e l’uguaglianza conducono alla fraternità, oppure saremo costretti nel crocevia della storia a perseguire la dittatura dell’io, dei diritti del singolo senza mai riuscire a pensare al bene comune.

Scriveva Stefano Rodotà su Repubblica di oggi: La città, la grande città, oggi è piuttosto il luogo dove in modo più marcato compare proprio la differenza nei diritti, e quindi diventa difficile creare appartenenza comune, premessa obbligata perché si possa creare vera solidarietà, né occasionale, né coatta. Diventa essenziale, allora, chiedersi come possano essere prodotte, insieme, solidarietà e cittadinanza.

Siamo chiamati ad abitare la città non da fruitori di servizi e da consumatori di eventi e, quindi, condannati a lamentarci sempre nella ricerca di un capro espiatorio, ma assumendo la nostra responsabilità, facendo la nostra parte, come quei ventimila cittadini che nei giorni scorsi hanno preso in mano scope e spugne da via Carducci a Cadorna per rispondere alle violenze degli utili idioti.

Fraternità dunque come esito della cittadinanza solidale.

Diritti e doveri come recita la nostra Costituzione non sono sufficienti se non abbiamo la direzione verso la quale andare e a questo vuole contribuire la realizzazione di un luogo di bene comune, qual è CasArché. Quello che per alcuni anni abbiamo coltivato come «progetto Cascina», è ora CasArché, luogo di bene comune, un luogo dove sperimentare che la fraternità è possibile.

Un luogo dove

– il laboratorio

- l’accoglienza

- il volontariato

- la bellezza

- il lavoro

hanno un tetto e uno spazio, una casa appunto.

Un luogo dove la fraternità è possibile, un microcosmo dove l’accoglienza è spinta verso il domani, dove la religione non diventa un diaframma che separa, ma vita spirituale e umana, dove la diversità di lingua e di cultura sono ricchezza e bellezza.

Padre Giuseppe












Questo post è associato al progetto: CasArché

Postato Giovedì 07/05/2015 da Paolo Dell'Oca