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Un'avventura di solidarietà lunga più di 25 anni

A 25 anni dall’inizio di questa avventura di solidarietà, scorrono davanti ai miei occhi numerosi volti di donne, uomini e bambini, le tante storie, i percorsi e i progetti, gli incontri e gli eventi… e tutto, ma proprio tutto parla del donare, anzi del donarsi.

È immediato pensare al dono che hanno fatto di sé i volontari, a partire dagli storici della prima ora, fino a chi ha partecipato all’ultimo corso di formazione di novembre. Il volontario per definizione dona il suo tempo, la sua passione, le sue energie.

Ma anche gli operatori si donano, anche chi a diverso titolo ha deciso di fare dell’impegno sociale un lavoro, si dona, perché l’investimento è tanto e tale che non potrebbero resistere a lungo senza la consapevolezza di mettersi in gioco al di là dell’orario e dello stipendio.

Ma poi il dono è anche nelle vite incontrate, come in quelle ancora acerbe dei bambini. Allora il loro dolore era enorme, a ripensarli adesso, a distanza di tempo, ormai in una dimensione altra, dopo quello che hanno sofferto e patito, devo dire che sono stati grandi: che dignità, che intelligenza!

Ma ancora oggi devo dire che le bambine e i bambini che incontriamo sono proprio degli eredi: prendono su di sé tutto il mondo senza saperlo, lo prendono sulle loro gracili spalle e lo portano nel bene e nel male, ma con una soavità da invidiare e loro te la regalano inconsapevoli, ma sempre generosi. 

Il dono è anche nelle vite sufficientemente provate e dure delle mamme e dei papà, come spesso le mani raccontano e il viso dispiega, quasi pergamene sulle quali si sono andate scrivendo le vicende, le emozioni, le delusioni e i successi che negli anni hanno inciso nella carne, nell’interiorità. Avrebbero voluto custodirle gelosamente queste esperienze di vita, per non caricarle sugli altri, ma appunto la vita scrive anche sulla pelle, senza che tu lo voglia e non c’è cosmesi che tenga. Quello che si può fare invece è di imparare a leggere perché la scrittura della vita non è immediatamente comprensibile. Distratti o superficiali possiamo leggere ciò che accade e che si vive come uno scambio, un do ut des.

Occorre imparare a leggere le righe scritte dal dolore, dalla prova, dall’errore, dalla fragilità. Perché anche lì dentro c’è un dono. Anche i brandelli della vita di chi ha fallito ti consegnano un sentimento, un pensiero, un’emozione, una domanda, una parola. Tante volte basta una parola, ascoltata bene e ti trovi a fare un viaggio dentro la tua vita e ti trovi immeritato destinatario di un gran dono, inatteso, sorprendente.

Ed è la comunione di questi doni che fa la com-munitas, dove ognuno mette insieme i suoi doni, anzi il suo essere dono, perché ognuno di noi è un dono.

Nei tempi della paura e dell’indifferenza sembra prevalere l’im-munitas, il chiamarsi fuori dal destino comune, ma questo atteggiamento non porta lontano. È come se il contadino volesse tenersi ben chiuso nelle mani quel seme che non gli appartiene e che pensa sia sua proprietà, per non consegnarlo alla terra. Diverrebbe sterile, come sterile sta diventano la nostra civiltà.

Torniamo a cantare i giorni del dono, con soavità, con la bellezza che vi è più gioia nel dare che nel ricevere.

p. Giuseppe Bettoni














Postato Martedì 31/01/2017 da Paolo Dell'Oca