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Nido chiede certificato di sieronegatività di una bimba (Roma, 2017)

La mamma ha l’Hiv. E l’asilo nido chiede di visionare il certificato medico della sua bambina prima di accettarne l’iscrizione. Quella che vi raccontiamo è la storia di Deborah, 27 anni, mamma di Celeste, di pochi mesi. Questa vicenda è accaduta a Roma poche settimane fa.

Alla fine si è risolta bene grazie alla bravura della mamma e all’aiuto di Arché, ma abbiamo deciso di scriverne perché ci siamo resi conto che il pregiudizio e le discriminazioni sono sempre dietro l’angolo (come denunciavamo con questo video) e non fanno fatica a saltar fuori alla prima occasione. Quando succede non sono mai piccoli eventi di passaggio in una vita: lasciano in essa delle ferite, laddove le ferite già esistevano e si era fatto tanto per rimarginarle.

Ma ecco dunque che cosa è accaduto: Deborah è una giovane mamma sieropositiva. La sua sieropositività è una condizione che Deborah ha avuto fin dalla nascita perché 27 anni fa non esistevano ancora le terapie antiretrovirali che ci sono oggi e che fanno sì che, nonostante una mamma abbia contratto il virus hiv, un figlio nasca sano. Coraggiosamente, Deborah ha portato avanti e costruito una vita il più possibile normale: si è sposata, ha un lavoro, ha una bimba (tra parentesi, la piccola è sana, grazie appunto ai progressi della medicina). Sulla sua pelle, questa giovane mamma ha subito tante discriminazioni nella sua vita, ma ha tenuto duro ed è andata avanti.

“Celeste è nata a settembre – racconta – per cui l’ho iscritta al nido tardivamente rispetto ai tempi normali. Siccome i posti erano pieni, per ottenere un punteggio più alto nella graduatoria di accesso, mi è stato chiesto di portare il mio ISEE ed eventuali certificati. Io ho un certificato di invalidità, e con grande tranquillità l’ho portato all’ufficio scuola”.

Quell’asilo nido è una scuola che Deborah conosce bene: le maestre sono brave, funziona molto bene, è nel suo quartiere e ci sono andati già tutti i suoi nipoti. Insomma, era il posto giusto per la piccola Celeste. Deborah non sapeva che, richiedendolo, è possibile avere un certificato di invalidità che ne indica la percentuale ma non riporta esplicitamente la diagnosi di riferimento. E così ha portato quello che aveva: un foglio dove c’è scritto che lei, giovane mamma, ha l’Hiv.

I problemi sono cominciati a quel punto. La piccola era già stata accettata, in virtù dell’alto punteggio della mamma, ma solo dopo, quando negli uffici hanno “spulciato” i documenti leggendo quelle tre lettere (Hiv) gli impiegati hanno messo il primo muro: “Se vuoi che l’iscrizione sia confermata, ci devi portare il certificato di sieronegatività della bambina”.

Forse potrà sembrarvi una richiesta banale ma non lo è. Un certificato di sieronegatività NON è richiesto mai, a nessun bambino che si iscrive al nido. L’unico certificato che viene richiesto è quello generico del pediatra di compatibilità con la frequentazione del nido, documento che peraltro la piccola Celeste già aveva e già era stato portato e che il pediatra avrebbe fatto anche se la bimba fosse stata sieropositiva perché non c’è nessuna controindicazione per cui una bambina sieropositiva non possa frequentare il nido, la scuola o qualunque altro luogo di educazione o socializzazione adatto alla sua età.

Che cosa c’è dietro ad una richiesta ulteriore? C’è, anche se nessuno lo dice mai esplicitamente, la paura del contagio, la paura dell’untore. In una parola, qualcosa che si tramuta presto in “differenza”, in discriminazione, in esclusione. Arché è nata nel 1991: è stata la prima Onlus ad occuparsi dei bambini sieropositivi in un’epoca, più di 25 anni fa, in cui nessuno si voleva avvicinare loro. Erano bambini che chiedevano aiuto, che chiedevano di essere abbracciati come tutti gli altri, di non essere lasciati soli, di non essere guardati con occhi diversi, e per decenni Arché è andata avanti a spiegare che l’Hiv non si trasmette con un abbraccio, né con una stretta di mano, né bevendo dallo stesso bicchiere, né respirando la stessa aria, né giocando insieme, insomma in nessuno dei contesti di una vita comunitaria quotidiana. Ormai non lo si trasmette più neanche al feto! C’è un protocollo medico specifico per la gravidanza delle mamme sieropositive che impedisce il contagio materno-fetale!

“Io mi sono sentita morire – racconta Deborah – pensavo che le cose fossero cambiate, mi sono ritrovata a vivere con mia figlia le stesse cose che succedevano a me 27 anni fa. Mi sono dispiaciuta per lei, che non ha nessuna colpa come d’altronde non la ho neanche io, ma allo stesso modo ho deciso di parlare di questo episodio e ho scritto al presidente del municipio di Roma della mia zona”.

È stato proprio il presidente del municipio a prendere in mano la situazione scrivendo una lettera molto dura e chiara a tutti i servizi coinvolti nella quale diceva che quella richiesta anomala del certificato di sieronegatività da parte dell’ufficio scuola era una grave violazione della privacy della piccola e che non era accettabile.

“Noi di Arché siamo intervenuti, accompagnando Deborah all’ufficio scuola e poi all’asilo, dalla responsabile – spiega Uli Mittermair – abbiamo fatto un lavoro di mediazione e informazione per spiegare cos’è l’Hiv, in che modo si trasmette, in che modo non si trasmette. Alla fine tutti si sono scusati e Celeste, che peraltro era già stata ammessa all’iscrizione prima che saltasse fuori tutto questo, frequenta l’asilo serenamente. Ma abbiamo capito ancora una volta come ci sia ancora tanto lavoro da fare: intendiamo organizzare con le istituzioni competenti un lavoro di sensibilizzazione e informazione negli asili di tutta la zona”.

Immagine| @Alessandro Scarcella














Postato Giovedì 11/05/2017 da Paolo Dell'Oca