Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.

CHIUDI

In viaggio tra le emozioni dell'educare

Se penso alle mie emozioni più intense degli ultimi tempi, mi rendo conto che non siano solo movimenti intimi, ma siano movimenti dell’anima che creano e rendono possibili relazioni sempre più umane.

L’emozione di inaugurare CasArché non è stata soltanto la soddisfazione di un sogno coltivato da anni, ma anche la gioia di un’attesa finalmente compiuta di abitare un luogo dove altre giovani vite possono rifiorire.

Eppure siamo inclini a credere che le emozioni siano in definitiva sterili sia perché ce ne vergogniamo (ed è anch’essa un’emozione), sia perché le consideriamo poco utili alla concretezza della vita. Eppure l’emozione ha una sua forza che se non può – almeno nell’immediato – modificare il corso degli eventi, tuttavia può cambiare, può spostare le cose.

Tutti conosciamo quella pagina di vangelo in cui Gesù prende un bambino e lo mette in mezzo ai dodici, compiendo un gesto di grande carica emotiva. Un gesto che egli pone in essere per rispondere alla logica razionale intorno alla quale stanno discutendo i suoi amici e che è quella del prestigio, del potere, della gara continua che facciamo gli uni contro gli altri.

Gesù non sta tenendo una lezione sull’infanzia o sui diritti dei bambini, ma risponde sul piano emotivo a degli adulti che non sono capaci se non di scannarsi intorno alla domanda: Chi è il più grande? Che è una questione appunto, razionale, alla quale Gesù risponde con un gesto dalla forte carica emotiva, ma capace di produrre un cambiamento.

Non dico ogni giorno, ma quasi, di fronte ai piccoli estratti dalle macerie di un disastro naturale, di fronte ai bambini vittime di attentati e delle guerre (ricordate il piccolo Omran seduto sull’ambulanza di Aleppo?), ci commuoviamo, ma poi ne arriva subito un’altra e passiamo oltre, senza riuscire a trarne energia e vita.

Un po’ anche perché guardiamo con grande sospetto alla vita emozionale, consideriamo l’emozione un abbaglio, uno stato d’animo irrazionale che scalda il cuore ma pregiudica la capacità di giudizio e di comprensione equilibrata.

Ma è solo questo l’emozione? La grandezza e la maturità dell’uomo, ci dice un grande conoscitore delle emozioni, stanno nel cercare la concordanza e la conciliazione tra vita razionale e vita emotiva. La nostra capacità di cambiamento sta nel tenere insieme:

«Le emozioni come metafora del cuore, delle ragioni del cuore, e il pensiero come emblema della ragione calcolante e astratta; le emozioni come anima e il pensiero come intelligenza» (E. Borgna).

È quello che fa Gesù con i Dodici: alla loro preoccupazione di organizzare relazioni fondate sul potere, oppone un gesto dalla forte carica emotiva prendendo un bambino e mettendoselo vicino. È un gesto che fa compiere uno spostamento dalla testa al cuore: osservi Gesù di Nazareth che mette al centro un bambino e sei costretto nell’emozione a riconsiderare le tue priorità, e di conseguenza a cambiare le tue bramosie, le tue illusioni di potere.

L’emozione ci restituisce a quella dimensione di fragilità che ci appartiene, perché l’emozione è fragile e forse per questo la svalutiamo, perché distoglie dall’onnipotenza che tanto abbaglia il mondo adulto. Può essere un bambino di Cafarnao, di Aleppo o di Milano, non importa di dove, ma l’emozione di mettere al centro un bambino è metafora del cuore, delle ragioni del cuore che poste accanto alle parole di Gesù, emblema della ragione e del pensiero come intelligenza, costituiscono la capacità di cambiamento.

Ma non è che separiamo le emozioni e la razionalità, perché in definitiva non vogliamo cambiare mai?

Eppure è solo una profonda riconciliazione e concordanza tra emozioni e pensieri ad essere feconda di futuro. Quando la vita emozionale non influenza più il pensiero, questo non ha più dinamismo e diventa rigidità pietrificata, schematicità astratta e incapace di nutrirsi di linfa vitale.

Le emozioni sono un arcipelago: ci sono emozioni che curano, emozioni ferite, emozioni che gridano nel dolore, emozioni indicibili…fino a sconfinare nell’angoscia, nell’ansia e nella paura.

Sarebbe già importante riconoscere alle emozioni il diritto di cittadinanza nella nostra dignità di persone. Accompagniamole con l’intelligenza del pensiero perché per questa via potremmo ottenere quei cambiamenti che tanto avremmo voluto e che non siamo mai riusciti a ottenere con la forza di volontà.

Giuseppe Bettoni

Leggi altre emozioni:

In viaggio tra le emozioni dell'educare

Il silenzio di Edoardo

D'improvviso la rabbia

Scrivere una nuova storia

Hai mai perso qualcuno a cui volevi bene e che adesso non c'è più?

L'educazione parte dallo sguardo

Per una vita serena

Non c'è narrazione senza ascolto

L'inaccettabile viaggio di Pauline 














Postato Lunedì 22/05/2017 da Paolo Dell'Oca