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Il silenzio di Edoardo

Edoardo era un bambino di sei anni quando è stato accolto con la sua mamma in Casa Accoglienza, e ne aveva nove quando ha lasciato questa casa. Volendo oggi descriverlo, dopo tre anni impegnativi vissuti insieme, utilizzerei quel modo di dire che, a meno che non si sia davanti a bambini pigri e indolenti, tutti useremmo: “Aveva l’argento vivo addosso”.

In realtà, sulla carta, le descrizioni di questo bambino si concentravano sulla sua condizione clinica col rischio di ridurlo ad una sigla: ADHD. Il che diceva (ad educatori, medici, assistenti sociali) che Edoardo non era un bambino sano.

Un evidente disturbo dell’attenzione e dell’iperattività non lo abbandonava mai, neanche la notte quando dormendo digrignava i denti.

Un ritardo nello sviluppo del linguaggio gli aveva complicato i compiti evolutivi; a scuola aveva molti problemi a tenere il passo dei compagni e a casa nessuna motivazione ad imparare, o a fare bene e mostrare almeno alla mamma i suoi sforzi. Più tardi la psicologa che lo seguiva osservò un disturbo dell’emozione.

Edoardo era un chiacchierone, un gran curioso, “cinetico” e con gli altri chiassoso…Tutti aggettivi che si cuciono bene addosso a un bambino. Però nel caso suo, qualcosa strideva: parlava in continuazione, esprimendo pensieri slegati tra loro che insieme non avevano una loro coerenza; attraversava la cosiddetta “fase del perché” con quattro anni di ritardo e quella dei “no” con almeno tre anni di anticipo: infatti crescendo era diventato provocatorio.

Era sempre in movimento: a sei anni non riusciva a star seduto senza dondolarsi sulla sedia, a nove anni faceva gli esercizi di matematica saltellando sul posto. Quando era in compagnia di altri bambini faceva confusione, non modulava la voce, si lanciava in rincorse e acchiapparelli infiniti, anzi finiti spesso in qualche inciampo.

Una cosa di Edoardo mi ha colpito in questi anni: ha cambiato nel tempo il suo modo di stare in silenzio.

Il primo anno Edoardo davanti ai rimproveri di sua madre o degli educatori scappava a nascondersi ed era così bravo a cambiare sempre nascondiglio che preoccupava tutti. Restava in silenzio per paura di esser trovato. Poi imparò a non scappare davanti ai rimproveri, iniziò ad affrontarli rispondendo, a volte con provocazioni, oppure mettendo il broncio.

Di certo si ammutoliva, restava in silenzio e non rivolgeva parola, almeno fino alla successiva distrazione. Crescendo si notava che voleva ritagliarsi sempre più spesso spazi per lui, e quando restava solo sembrava calasse in una sorta di meditazione, in silenzio.

È strano, perché i bambini non sono fatti per stare totalmente in silenzio: in comunità ho visto qualche bimbo giocare con una moneta inscenando in silenzio un’esplosione, disegnare in silenzio, oppure davanti alla tv ripetere a voce bassa la battuta del cartone preferito…Insomma di solito i bambini fanno qualcosa oltre che stare in silenzio.

Invece Edoardo restava in silenzio e ascoltava ciò che accadeva intorno. Succedeva raramente, perché viveva con i suoi fratelli, certamente più confusionari di lui. Allora lo si vedeva seduto sulla panchina del cortile, attento. Se gli si andava incontro cominciava con le domande: sentiva un’auto passare e chiedeva chi fosse; guardava il cielo e dopo un po’ ti chiedeva cosa fossero le nuvole; ti chiedeva persino perché la palla è rotonda.

Succedeva di restare in silenzio anche nei viaggi in auto, mentre lo accompagnavo per appuntamenti e visite mediche. Ascoltavamo la radio, e se durante i primi viaggi lui tendeva a riempire di parole il silenzio tra una canzone e un’altra, continuando a viaggiare insieme, ognuno restava nel proprio silenzio. E durante uno di questi viaggi, una volta, quando meno me lo aspettavo, Edoardo con spontaneità iniziò a raccontarmi del papà, di cosa succedeva a casa e di come ormai il suo papà fosse diverso.

Rileggere questo percorso con la lente del silenzio è un’occasione educativa di cui far tesoro.

Il silenzio può essere la reazione a tanti tipi di emozioni e situazioni. In particolare, per questo bambino, dietro ai silenzi si celavano paure e rabbie che con il tempo è riuscito ad affrontare, grazie anche alla ritrovata dimensione di sicurezza, in una casa che era diventata sua per quel lasso di vita.

Riuscire a far silenzio dentro di sé e attorno a sé è stato difficile, ma gli ha permesso di sedimentare certe emozioni e conoscenze del mondo e degli altri. Inoltre, condividere spazi di silenzi con gli educatori, che sono fondamentali nel lavoro educativo in quanto base dell’ascolto attivo, ha aiutato questo bambino ad esprimere i tanti “non detti” e liberarsi di un peso dell’anima che per anni si è manifestato sotto la veste di disturbi dell’attenzione e delle emozioni.

Con Edoardo abbiamo così osservato la grande lezione della Montessori, la quale affermava che la vera salute, quella non solo fisica ma anche morale, è “il brillante risultato della liberazione dell’anima” del bambino.

Quante volte saremo ancora disposti a riempire silenzi, vissuti con imbarazzo, di perché?

Emma Tumino

Immagine| @James Jordan - Lost in thought

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Postato Lunedì 22/05/2017 da Paolo Dell'Oca