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D段mprovviso, la rabbia

Arrivava spesso per motivi che, visti da fuori, sembravano quasi privi di importanza. Il bambino esplodeva in una reazione scomposta, cominciava ad urlare più forte che poteva e non smetteva più, si dibatteva e non voleva farsi toccare.

Se gli parlavamo urlava ancora più forte perché voleva soffocare le nostre voci. Quello che vedevo nei suoi occhi poteva avere solo un nome: rabbia. Era rabbia pura. Era un’ira che arrivava da qualche parte profonda e poco conosciuta.

Forse il più delle volte cercava di tenerla sotto controllo ma, come succede sempre quando si evita di guardare qualcosa che hai dentro e che preme per esprimersi, quella corrente interiore non poteva essere trattenuta, trovava comunque la sua strada e arrivava al mondo esterno con un rimbalzo che faceva tremare le mura di Casa Accoglienza.

Trovarmi di fronte alla rabbia così forte di un bambino così piccolo è una cosa che mi ha molto colpita ed è per questo che ho scelto di riflettere su questa particolare emozione. Non c’è niente di sbagliato nel provare rabbia: essa fa parte del corredo delle emozioni di cui sono dotati tutti gli esseri umani. È anzi considerata una delle emozioni primarie, e spesso si associa al disprezzo e al disgusto.

Non ho dubbi che, in qualche era remota, la rabbia sia anche servita a qualcosa di utile. Ma in quel bambino, e in quel modo, di utile non aveva proprio niente. A pensarci oggi, certamente era il suo modo per farsi guardare, per buttar fuori tutta la sua sofferenza, ma quello che dovevamo insegnargli come adulti era che il dolore e la sofferenza si possono esprimere anche in altri modi: senza che l’ira feroce travolga gli altri e soprattutto travolga te stesso. 

E infatti questo è quello che abbiamo fatto. Io stessa l’ho fatto in modo istintivo e ho subito capito che era la strada giusta: quando il piccolo esplodeva di rabbia io mi avvicinavo a lui, abbassavo il tono della voce, gli parlavo più dolcemente, pazientavo davanti a lui senza reagire e, anzi, lo abbracciavo.

Era un modo per fargli capire che io c’ero, che lo ascoltavo, che potevamo parlare. Ha funzionato sempre. Ben presto, abbiamo capito che cosa succedeva in lui: si sentiva trascurato perché in famiglia c’erano altri fratelli con problemi da seguire. Anche lui sentiva di avere diritto di essere coccolato e accudito come tutti, e lo rivendicava. L’accoglienza è ciò che cambia le cose in queste situazioni: è come un estintore che spegne e trasforma le energie negative.

Ma è sbagliato pensare che solo i bambini non riescano a contenere le proprie emozioni. Succede anche alle mamme, ed è successo proprio pochi mesi fa. Il motivo, ancora una volta, era un pretesto: c’era un litigio interno tra le mamme per via del cibo che bisognava cucinare per cena.

Questo genere di frizioni accadono spesso quando si vive insieme sotto lo stesso tetto. Quello che però mi ha colpito è stata l’evoluzione improvvisa accaduta quella sera: due di loro si sono arrabbiate con me e sono letteralmente esplose, una insultandomi, l’altra tirando pugni contro il muro. Sì, mi hanno aggredita verbalmente.

Io ho cercato di placare quel trambusto di emozioni, era come una valanga che ad ogni parola montava su se stessa: il modo migliore di affrontarla è dire poche cose, far scendere i toni, rimandare il confronto ad un momento in cui gli animi si sono calmati e infatti ad un certo punto me ne sono andata. Dopo qualche ora, le due mamme sono tornate da me e si sono scusate. Avevano compreso di aver esagerato e quella è forse la seconda parte del lavoro di una educatrice.

Che cosa fai? Le accogli, resti tranquilla: ha vinto il dialogo.

Spesso sono ragazze che arrivano da comunità per minori dove si creano gruppi e fazioni e si portano dietro questa modalità di rapportarsi agli altri. Altre volte sono mamme che vengono da situazioni di violenza e soprusi, subiti nella famiglia di origine o dai loro mariti, e quello è il modo che conoscono e che hanno rinforzato in loro stesse per farsi ascoltare.

Io ho imparato a non vivere le aggressioni come se fossero nei miei confronti, a non prenderle sul personale. Certo: non è facile perché c’è un carico di emozioni negative che ti colpiscono e che ti porti a casa, e per metabolizzarle, dentro te stessa, serve del lavoro. Ma non ho mai vissuto questi episodi come qualcosa contro di me. Io, anzi, sento il loro dolore. 

Valentina Sangregorio

 Immagine| @Mark Ramsay

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Postato Lunedì 22/05/2017 da Paolo Dell'Oca