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Scrivere una nuova storia

Era un grigio pomeriggio di fine gennaio, l’aria era carica di acqua e si presagiva un grosso temporale. Immersa nel tran tran dei mezzi pubblici speravo che il tempo fosse clemente e che, semmai, la tempesta si scatenasse una volta che io fossi giunta a destinazione.

Arrivai in anticipo da Simona: 15 anni, occhi profondi, lunghi capelli corvini e un sorriso che ammalia (quando lo concede). Ma quel pomeriggio lo fece poco, molto poco.

Sapevo che la pervadeva una malinconia pesante e sapevo che non era il meteo di quel giorno a procurargliela. Simona è cresciuta con Roberta, la madre, in un paesino dei Castelli Romani. La vicinanza al lavoro della donna, unica fonte di sostentamento, le ha portate alla capitale circa quattro anni fa.

Roberta ha vissuto una giovinezza sregolata con anni di dipendenza e di strada che, benchè superati, l’hanno resa “forte e fragile alla stesso modo”, come lei stessa si descrive. Spesso la sua innata e conquistata fierezza lascia il passo a un baratro emotivo da cui si fa inghiottire, trascinando via con sé quanto costruito e chi le sta intorno.

Già in altre occasioni mi sono ritrovata a sostenerla in quei frangenti bui della depressione ma, quel pomeriggio, Roberta aveva il volto segnato dallo sfinimento e ho capito quasi subito che era in uno dei suoi momenti peggiori.

Ho ascoltato in silenzio gran parte del suo racconto cercando di capire cosa le avesse provocato quel crollo. Niente di nuovo: l’ennesimo “guaio” in cui uno dei suoi due figli maggiori l’aveva coinvolta.

Eppure ne aveva gestite tante di situazioni simili: dal raccogliere il secondogenito alla Stazione Tiburtina dopo giorni trascorsi a “sballarsi”, tanto che da solo non riusciva neanche più a ritrovare casa, al sedare le liti tra il suo primogenito e la moglie che, esausta della ludopatia del marito, minacciava di cacciarlo via e di togliergli per sempre i figli.

Anche Simona, la piccola di casa, le aveva assestato qualche colpo ben centrato in passato, come la bocciatura al primo anno di superiori e quegli atti autolesionisti, oggi superati ma che ancora la terrorizzavano.

Roberta sembrava risucchiata in un vortice nero e, mentre elencava tutta la serie dei misfatti per cui la vita dei figli stava distruggendo la sua, ho rivolto lo sguardo verso Simona.

La ragazza teneva la testa tra le spalle, lo sguardo fisso sul tavolo da pranzo con la faccia impassibile. Per qualche momento non ho più dato attenzione al fiume di parole di Roberta e, guardando Simona, ho sentito il suo dolore come un pugno dritto allo stomaco.

Come sempre era lì, inerme, di fronte allo sconforto della madre che inondava la stanza e la sua giovane vita. L’angoscia ci stava travolgendo tutte e, pur provando a recuperare professionalità, sentivo di perdere il lume del progetto d’aiuto.

Mi trovavo sul punto di arrendermi al fatto che, in una situazione familiare così incancrenita non saremmo più riusciti a dare a Simona degli strumenti utili alla vita o, addirittura, che avesse perso ogni voglia di costruirsene una.

Istintivamente ho appoggiato la mia mano sulla sua e, come risvegliata da un letargo, ha esclamato con fermezza:

Io voglio scrivere una storia nuova.

In un istante quella frase ha irradiato la piccola cucina e ho sentito che il desiderio di cambiamento era la strada per rialzarsi. Si poteva ancora progettare qualcosa di nuovo!

In un attimo Simona mi ha ricordato che dalle ceneri dell’amarezza può sempre scaturire una rinnovata speranza e, con un monito silenzioso, che stavo abdicando al mio ruolo educativo: tirare fuori il meglio di lei. In lei c’era la meta, seppur nascosta tra gli ostacoli, e fissandola è più facile continuare a credere di raggiungerla.

Simona sapeva che si può scovare un senso in ogni caso e io, quel pomeriggio uggioso, sono andata via con una ritrovata consapevolezza: si può continuare a sperare!

Emanuela Tartaglia

 Immagine| @Francesco Sciuto

 

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Postato Lunedì 22/05/2017 da Paolo Dell'Oca