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Non c'è narrazione senza ascolto

Incontro Agnes perché inviata da un centro di accoglienza per prendere del latte artificiale per la sua bambina di pochi mesi. Siamo sedute l’una di fronte all’altra. La bimba dorme nel passeggino. È la seconda volta che Agnes viene in Archè per prendere il latte, ma la conosco solo ora, la prima volta non c’ero.

È estate e ha fatto parecchia strada per venire da noi. Le offro una bibita fresca. “Come stai?”. “Possiamo parlare in francese se vuoi…”. Agnes è in Italia da poche settimane, ha difficoltà a comunicare nella nostra lingua e, quando capisce che può parlare in francese, la consegna del latte si apre gradualmente alla narrazione dei suoi sogni e dei suoi bisogni.

Racconta di essere partita dall’Africa qualche settimana dopo essersi accorta di aspettare il suo secondo figlio. In quel momento viveva in clandestinità con il marito perseguitato politico nel suo paese, in una situazione logistica molto precaria di continui spostamenti che avrebbero messo a rischio la gravidanza.

Il loro primo figlio viveva con la nonna materna in un luogo sicuro che gli stessi genitori non conoscevano. Agnes è partita per un viaggio che l’ha portata in Italia dopo sette mesi di tragitto attraverso il Sudan e la Grecia. Non pensava che ci avrebbe impiegato così tanto tempo e non immaginava che il paese nel quale sarebbe nata sua figlia sarebbe stato l’Italia; per lei qualunque posto in Europa sarebbe stato abbastanza lontano per farla sentire più protetta.

Il suo maggiore dispiacere consiste nel non avere notizie del marito né del primogenito. Racconta di momenti drammatici, ma più va avanti più i suoi ricordi si aprono su una vita che era “normale”, felice. Racconta della sua formazione professionale, dei suoi studi. Racconta di momenti sereni insieme al marito e al figlio, della sua famiglia e dei suoi amici prima della vita clandestina.

Sento che la possibilità di parlare un po’ nella sua lingua, in modo spontaneo, e non su richiesta esplicita come è avvenuto tante volte nel suo iter burocratico di richiedente asilo, la rafforzano molto più del latte che le abbiamo appena donato.

Mi permetto di chiederle quale sia stata la difficoltà maggiore da quando è arrivata in Italia. La sua risposta mi dà una grande emozione, mi sorprende e mi distanzia, e allo stesso tempo, inevitabilmente, mi avvicina ancora più a lei. Siamo due donne dentro una storia di vita, la sua e la mia. Non la stessa vita, non la stessa storia, ma in questo momento sinceramente vicine in un contesto di fiducia e ascolto, non un setting, un momento di vita, racconto e ascolto.

Agnes si appassiona. Le sue parole si fanno più vivaci, avvincenti. Dice che la cosa più difficile per lei è che le viene continuamente offerto “aiuto a vivere”, come se lei non fosse capace di vivere. Dice che lei sa come si vive, sa cosa vuol dire avere delle relazioni, un lavoro, impegni genitoriali e sociali. Sa che bisogna lavorare per poter comprare il latte per il proprio bambino, ma in questo momento, come richiedente asilo, vive come se non fosse capace di niente.

Non ha bisogno di essere aiutata a vivere ma ha bisogno di proteggere un suo profondo desiderio che tutto possa ancora cambiare, ha bisogno di sperare che la perdita del suo “sapere di vivere” non sia per sempre. Ha bisogno di sperimentare che lei sa ancora vivere, lavorare, comprare il latte per sua figlia. Dice che uscire con un neonato nel gran caldo estivo di Roma per prendere il latte per la sua bambina non le può essere utile a imparare niente di nuovo.

Lei ha già fatto cose ben più difficile di questa, non ha bisogno di sperimentare il suo coraggio e la sua tenacia. Mi ringrazia moltissimo per il latte, mi chiede di non fraintenderla, non vuole essere ingrata. Il latte è indispensabile per la bimba in questo momento ma per il suo futuro, e per il futuro della bimba, vorrebbe fare al più presto un corso di italiano e un corso di riqualificazione delle sue competenze professionali, oltre ad avere notizie del figlio e del marito.

La narrazione di Agnes mi coinvolge e mi investe di responsabilità: c’è un grande lavoro di scambio da fare con questa donna, la donazione del latte non può essere che un timido inizio.

In una recente intervista Eugenio Borgna ha detto che la cosa di cui hanno più bisogno di gli esseri umani è “il desiderio sconfinato di essere ascoltati. E di vivere il tempo di ogni incontro senza i condizionamenti dell’orologio ma nella sincronia tra il tempo interiore di chi ascolta e il tempo interiore di chi è ascoltato”.

Il tempo interiore è il tempo delle nostre emozioni. Il tempo della narrazione è il tempo nel quale le emozioni diventano fonte inesauribile di possibilità e crescita. Attraverso l’ascolto diventano bene comune.

Uli Mittermair

Immagine| @Community Eye Health

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Postato Lunedì 22/05/2017 da Paolo Dell'Oca