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L’inaccettabile viaggio di Pauline

 Non c'è niente di più importante dell'essenza stessa dell'empatia;

e questa, in ultima analisi, altro non è che la capacità di amare.

 (Jeffrey Moussaieff Masson)

 

Il genocidio in Ruanda aveva diviso la famiglia per alcuni mesi: la mamma, Pauline, con i 4 figli, in un campo profughi al confine con il Congo; il papà, Jean, da solo, in fuga verso ovest. Si ritrovarono un giorno, per caso, in uno dei campi delle Nazioni Unite, lungo le rotte dei disperati che scappavano dall’orrore. Il papà, prima che l’aereo del Presidente fosse abbattuto, era un alto funzionario del ministero dell’Economia, conosceva molte lingue e aveva due lauree.

Passata la guerra entrò nel corpo diplomatico di un’importante Agenzia internazionale, e come prima missione venne mandato con tutta la sua famiglia in Italia. Dopo poco, però, a Jean, Pauline e ai loro quattro bambini, diagnosticarono una patologia cronica che necessitava di cure per tutta la vita. A quel punto, terminata la missione di Jean in Italia, sarebbero dovuti partire per un paese africano per i successivi quattro anni. In questo modo, però, l’intera famiglia avrebbe dovuto abbandonare le cure: impossibile comunicare la patologia alla compagnia assicurativa e i farmaci al mercato nero erano troppo costosi. Jean partì da solo.

Pauline restò da sola in Italia con i figli, e senza titolo legale per la permanenza, visto che il passaporto diplomatico seguiva le missioni di Jean. Con non poche difficoltà, ma con il supporto di Arché, la mamma e i bambini ottennero un permesso di soggiorno temporaneo, che però non consentiva di viaggiare al di fuori del Paese. Se si esce dall’Italia non si rientra. La mamma, allora, imparò l’italiano, e allevò i suoi figli con attenzione. I bambini andavano a scuola, si curavano, e il papà tornava ogni anno per trascorrere del tempo con la sua famiglia.

Un giorno Pauline disse che era successo qualcosa di grave alla nonna paterna dei bimbi, in Ruanda, e che dunque dovevano tornare, sia lei che i bambini. Era importante, indispensabile. Aveva già avvertito la scuola dei bambini. Era perentoria, non lasciava spazio al dubbio, ad un’alternativa. Doveva tornare. Era consapevole del rischio di non poter rientrare in Italia, e di non potersi più curare, né curare i suoi figli, ma disse: “Dio ci ha salvato dalla guerra, ci aiuterà anche questa volta”.

L’educatrice non accettò la mancanza di alternativa, l’assistente sociale minacciò una segnalazione alla Procura Minorile per impedire la partenza dei bambini. Pauline e i suoi figli, il giorno seguente, presero un aereo diretto a Kigali.

Passano tre settimane, Pauline chiama da un numero italiano, dice di essere di nuovo a casa, in Italia.

Alla dogana è stata fermata e stava per essere rimpatriata. Dopo molti colloqui, l’ultimo funzionario di Polizia, il più alto in grado, ha voluto ascoltare la sua storia. Lui li ha lasciati passare. Pauline racconta che il funzionario le ha detto in francese che non se la sentiva di essere proprio lui ad interrompere il cammino di una donna così forte e coraggiosa, e di mettere a rischio i bambini.

Sono passati anni ormai. Pauline e i suoi figli hanno regolarizzato la loro presenza in Italia. Alcuni dei ragazzi già studiano all’università e con i guadagni di Jean hanno comprato una casa.

Perché per Pauline era così importante tornare in Ruanda? Perché l’educatrice e l’assistente sociale hanno avuto tanta difficoltà a comprendere la sua scelta, a sentire la sua decisione?

Per Edith Stein l’empatia (sentire dentro) è alla base di tutte le forme con cui ci accostiamo ad un altro riconoscendo la sua individualità. Dunque mettersi nei panni dell’altro. L’essere umano possiede una propensione innata ai comportamenti di tipo empatico. Il contagio emotivo infatti è presente anche nei neonati.  Tuttavia per guardare e sentire autenticamente l’altro dobbiamo essere pronti alla sorpresa, allo “spaesamento”.  

L’empatia non è uno strumento, è piuttosto un comportamento, una virtù, come dice il Prof. Antonio Bellingreri: “L’empatia, nella forma più matura, implica un notevole impegno cognitivo indirizzato a recepire lo schema di riferimento interiore dell’altro… dunque è molto più di una emozione, è un sentimento intelligente, un atto d’amore ricco di intelligenza”.

La relazione educativa implica una relazione tra due soggetti, e si pone l’obiettivo di trarre fuori, di “far crescere”. Affinché tale relazione sia autentica, dunque, l’empatia non diventa forse necessaria, indispensabile nell’azione educativa?

Se educare vuol dire condurre l’altro alla piena consapevolezza di ciò che è, alla piena capacità di prendersi cura di sé e degli altri, non siamo forse obbligati ad ascoltare Pauline anche quando ci sembra di non poter comprendere, di non poter accettare le sue scelte?

Educare attraverso una relazione empatica significa incontrare autenticamente l’altro, e ciò è possibile solo se non intervengono meccanismi di identificazione e proiezione di sé nell’altro. Bisogna dunque imparare a “sentire” Pauline nel suo desiderio di partire, nella sua fede nell’aiuto di Dio affinché vada tutto bene. Occorre mettere da parte le proprie convinzioni, o a volte semplicemente i propri schemi, come il doganiere abbandona la “sua” regola amministrativa, rinunciando ad espellere Pauline, donando a lei e ai suoi bambini nuove opportunità, di educazione, di crescita, di vita.

Alfio Di Mambro

Immagine| @Giacomo

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Postato Lunedì 22/05/2017 da Paolo Dell'Oca