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La professionalità di Arché in Africa

(Scritto di Federica Lugani, psicologa dello sviluppo e dei processi educativi Operatrice della Cooperativa socio-educativa Mele Verdi).

Colgo l’occasione di questo breve resoconto post-viaggio per esprimere la mia gratitudine ad Arché Onlus: desidero ringraziare chi ha permesso la straordinaria opportunità di questo recente viaggio, è stata per me un’occasione di ritorno in questo paese ma allo stesso tempo di ri-scoperta e di crescita personale, non solo umana ma anche professionale.

Durante il mio soggiorno ho avuto modo di visitare i progetti seguiti da Arché a Lusaka, dove ho trascorso un paio di giorni, e a Chikuni, dove per quasi una ventina di giorni ho potuto collaborare con l’équipe dei programmi educativi sia sul campo (durante le attività estive) che “dietro le quinte” in fase di progettazione.

Sono rimasta molto colpita dalla qualità professionale con cui sono stati pensati e sono realizzati con continuità i progetti in entrambi i posti: ogni passo mi sembra misurato nell’ottica di una sostenibilità futura se non già presente e nel tentativo di favorire la progressiva emancipazione della popolazione locale evitando qualsiasi possibile forma di assistenzialismo (rischio solitamente sempre presente per i progetti in terra africana).

Sono stata in Zambia come volontaria per diverse associazioni, quindi so quanto sia difficile lavorare in quest’ottica, ma allo stesso tempo quanto, a mio modesto avviso, rappresenti l’unica strada possibile per chi desidera lavorare per la promozione di un popolo e non per il suo adagiarsi nell’attesa di un cambiamento proveniente dall’esterno.

A conferma di quanto dico, posso affermare che, per esempio, mi ha colpito particolarmente la forte motivazione riscontrata nei volontari zambiani coinvolti nelle attività estive, alcuni, come nel caso del St. Daniel Comboni center di Kanyama a Lusaka, davvero giovanissimi e pieni di entusiasmo e di spirito d’iniziativa (cosa per nulla scontata in Zambia!). Allo stesso modo a Chikuni, mi pare vincente la scelta di investire su educatori come Keith, Regina e sui volontari locali: sono tutti provenienti dai contesti cui appartengono i ragazzi stessi beneficiari dei programmi educativi, quindi rappresentano dei veri e propri riferimenti per gli stessi, nonché tra i migliori conoscitori delle loro situazioni ed eventuali problematiche.

Le attività proposte ai ragazzi durante i summer camp estivi, sia a Lusaka in un’ottica più ricreativa che a Chikuni in una veste più educativa (programmi sulle emozioni), sono iniziative di qualità, vicine agli interessi dei ragazzi ma allo stesso tempo capaci di stimolare in loro idee e prospettive nuove. Questo mi dà la misura di quanta formazione abbia preceduto la fase di progettazione, e di quanto lo stile dei project manager italiani sia sempre stato quello di un affiancamento senza mai sostituirsi al personale locale, coinvolgendolo come protagonista fin dall’inizio per poter contestualizzare al meglio gli interventi educativi.

Anche la mia stessa presenza, seppur per un breve periodo, è inserita nell'ottica di uno scambio reciproco con gli educatori dei programmi sulle emozioni a Chikuni.

Avendo io stessa svolto un programma simile nell’anno scolastico 2016-2017 sulle emozioni e l’empatia nelle scuole elementari e medie di Fiorenzuola d’Arda (PC) per conto della coop. socio-educativa MeleVerdi onlus e rivolto ad una 30ina di classi in collaborazione con la collega Daniela Germoni (“Emozioni in Gioco”), è stato davvero interessante per me poter scambiare con gli educatori locali materiale, informazioni e condividere alcuni strumenti utili ai fini delle valutazioni finali.

La collaborazione si è svolta sia durante le attività del summer camp, che in fase di verifica e progettazione internamente all’équipe: devo ammettere che mi sono dovuta ricredere circa le possibilità concrete per un vero scambio in un contesto così diverso da quello italiano.

Con mia personale sorpresa, da parte degli educatori ho notato una grande “sete” di sapere, un vivo interesse per la mia esperienza professionale, ciò ha fatto sì che, già nel vivo delle attività in corso, potessimo portare avanti insieme con buoni risultati alcune esercitazioni o attività (ludiche e non) fino a quel momento sperimentate solo in contesto italiano. Questo ha rappresentato per me un arricchimento personale ma anche una scoperta professionale: nel rispetto delle differenze culturali, ci sono universalità che consentono davvero uno scambio e la possibilità di crescere insieme sugli stessi temi.

Ho riscontrato il medesimo interesse e un desiderio sincero di conoscenza anche in fase di progettazione in équipe, per quanto alcuni strumenti valutativi rappresentino una vera e propria sfida per gli addetti ai lavori.

Insieme agli educatori è stato progettato il prossimo programma sulle emozioni per i gruppi parrocchiali delle ragazze “Maria Goretti”, così come un nuovo schema per la compilazione delle relazioni a fine programma ed, infine, sono state condivise indicazioni, suggerimenti utili ai fini della costruzione di un test per l’assesment dell’efficacia dei programmi (pre-test e post-test).

Quest’ultima richiesta, avanzata dal coordinatore italiano Gianpietro Gambirasio, mi ha dato  misura della professionalità di cui dicevo prima: ricercare validità scientifica in ciò che si fa è cosa non da poco, richiede dispendio di energie e di tempo ma è prova dell’accuratezza e del senso di responsabilità con cui si lavora a fianco di queste popolazioni. Innanzitutto perché non si vuole proporre qualcosa senza verificarne la reale efficacia (e questo è lodevole, da dare mai per scontato), in secondo luogo perché far conoscere agli zambiani nuovi strumenti per agire ma allo stesso tempo anche per poter verificare da soli l’impatto delle loro stesse azioni, significa renderli in futuro sempre più indipendenti ed autonomi nel loro lavoro. Ho visto Gianpietro perseguire questo metodo insieme ai suoi collaboratori sia nel campo educativo che in quello agro-alimentare (il lavoro a fianco dei farmer o dei “custodi delle api” nei villaggi), energetico (penso per esempio alla responsabilizzazione richiesta ai care givers degli orfani nel ricevere le lampade solari..) ecc. ecc. La trovo un’ottica faticosa, che procede a piccoli passi, ma giusta, volta alla vera promozione futura di queste persone.

Pertanto, conoscere questi progetti in fase di pianificazione e svolgimento, potermi confrontare con i coordinatori italiani e il personale locale, partecipare dal vivo alle attività con i ragazzi dei villaggi e conoscere anche questa realtà zambiana così rurale e diversa da quella vissuta in precedenza, è stata per me un’esperienza davvero preziosa a livello personale.

A questo, si è aggiunto un ulteriore arricchimento professionale. Poter lavorare in un contesto così diverso da quello italiano mi ha dato alcune conferme, ma ha anche contribuito ad aprire nuovi punti di vista rispetto ai contenuti affrontati e alle metodologie utilizzate che andranno ad accrescere il mio personale bagaglio di esperienza.

Quindi ringrazio davvero ancora una volta l’associazione per aver permesso tutto questo, e spero che rappresenti solo l’inizio di uno scambio, di un ponte, da portare avanti in futuro, anche con altre forme e diverse modalità.














Postato Martedì 03/10/2017 da