Una contestazione gentile

Veniamo alla celebrazione di Natale con il cuore pieno di speranze, di desideri, di sogni per noi, per i nostri bambini e per il mondo. Ma siccome non vogliamo che sia una festa dell’illusione o peggio ancora dell’inganno così che tra dieci giorni ci ritroviamo tali e quali a prima, solo con qualche denaro in meno e qualche oggetto in più… lasciamo che sia la parola di Dio a evangelizzare questa festa, a purificarla dalla sovrastruttura commerciale e consumistica che ormai l’ha stravolta.

Quest’anno vivo il Natale così, come una contestazione gentile.

In genere la contestazione non è quasi mai gentile, anzi diventa più incisiva quando viene espressa con carattere deciso, aggressivo e a volte violento.

Conosciamo anche la contestazione sorda, quella che striscia nei silenzi dei corridoi, delle curie, degli uffici, ma anche delle case… e che non ha il coraggio di esprimere il disagio, l’insoddisfazione.

L’idea di parlare di contestazione gentile a proposito del Natale di Gesù , viene dalla narrazione di Luca che con stile appunto gentile e pacato racconta come tra Tiberio (che regnò a lungo dal 27 a.C. al 14 d.C.) e Gesù ci sia una distanza abissale.

L’imperatore Cesare Augusto Tiberio sta a Roma nel pieno dei suoi poteri, mentre Gesù è solo un neonato. Chi si è accorto di ciò che avveniva a Betlemme? Una grotta, dei pastori nel buio della notte… poca gente davvero, preziosa agli occhi di Dio, ma ignorata dalle cronache del tempo.

Tiberio sta seduto sul trono, Gesù nasce in una mangiatoia… il contrasto tra i due personaggi stupisce, sorprende. In Gesù il Dio immensamente grande ed eterno è un semplice numero dell’anagrafe romana.

E poi c’è una sottile contestazione della retorica della pax romana, quella pace che già Tacito così descriveva: “Rubare, massacrare, rapinare, questo i romani con falso nome chiamato impero e là dove hanno fatto il deserto, dicono di aver portato la pace”[1]. Di altro genere la pace annunciata ai pastori e che abbraccia cielo e terra e che prende le mosse dall’inermità di un bambino che viene presentato come un Salvatore!

Da che cosa devono essere salvati i pastori? Dalla paura della notte? Dal timore che dei predatori rapiscano le loro greggi? Forse dalla paura di finire massacrati da qualche delinquente?

Contro tutto questo nulla può fare un bambino!

Cosa vuol dire per noi che Gesù ci salva? Oggi per molti salva corrisponde a un’icona del computer e niente più.

Il bambino è un segno, ed è proprio questo segno che salva dalla logica imperiale che costringe i pastori a vivere male, a rimanere ai margini. Dalla logica della violenza, dell’avere, dell’apparire…

Non siamo sotto l’impero romano, ma sotto un sistema economico ingiusto, iniquo, opprimente e che se per un verso ci fa sentire liberi, in realtà continua a creare schiavitù e disuguaglianze. È una pace finta la nostra che si fonda sui tre miliardi che l’Unione europea consegna alla Turchia affinché Gesù bambino venga tenuto lontano dai Paesi europei, di tradizione cristiana!

È una pace che si regge sul sangue dei più deboli e sulle ingiustizie che subiscono nei campi di concentramento in Libia piuttosto che in Somalia…

È sotto gli occhi di tutti che ormai il Natale è diventato il contrario di quello che dovrebbe significare: esattamente l’opposto. Ed è a questo che dobbiamo opporre una contestazione gentile.

Talvolta mi sono trovato a pensare che dovremmo noi chiese sospendere o addirittura abolire il Natale, ma poi mi rendo conto che dobbiamo continuare a celebrare il Natale, perché oggi nasce per noi la possibilità di cambiare. Oggi viene nel mondo un modo diverso di essere umani.

Oggi ci viene dischiuso un futuro diverso se crediamo come i pastori ai segni, quelli piccoli, ma veri. Quei segni di umanità, di chi non si lascia abbagliare dai prestigiosi effetti dell’impero, ma si accorge della donna, del bambino, dell’uomo che gli sta accanto e che ha bisogno di essere ascoltato, accolto, amato.

I pastori non hanno ricevuto una predica perché cambiassero vita… ma una parola ha fatto irruzione nella loro notte: Non temete, vi annuncio una grande gioia! Un cristianesimo intessuto di gioia, di bellezza dell’amicizia col Signore vale più di mille prediche e può ancora illuminare e scaldare le notti di tanti nostri contemporanei che sono lontani e ai quali possiamo indicare Cristo con rispetto e gentilezza.

Forse la conoscete la storia di quei pastori che ricevuto l’annuncio dell’angelo si organizzano per andare a vedere e a fare visita al neonato. E allora si preoccupano chi di procurarsi latte fresco, chi una caciotta, chi un po’ di vino per scaldarsi nella notte… uno solo, c’è sempre il timido in ogni gruppo, rimane senza nulla e così rimane indietro quasi per non farsi vedere. Solo che Maria che ha in braccio il piccolo Gesù dovendo prendere i doni dai pastori vede il pastore con le mani libere e… gli affida Gesù!

Ecco potessimo avere il cuore, le mani e la mente liberi da cose, da oggetti e da tutto quello che appesantisce il nostro vivere e poter così accogliere Gesù.

È questa la contestazione gentile che dobbiamo usare anche nei confronti di coloro che si servono della religione come un giocattolo, perché atteggiandosi a difensori della civiltà cristiana e dei valori cristiani, in realtà contraddicono il vangelo emettendo ordinanze per liberare i centri storici dall’imbarazzante presenza dei poveri e affermare il loro razzismo e il loro odio per i neri, per i diversi. Erode non poteva avere complici più solerti!

C’è alla base di questo utilizzo scellerato del Natale anche una qualche nostra responsabilità. È invalsa la prassi liturgica di frammentare la vita del Cristo distribuendola nell’arco dell’anno quasi a ripercorrerne le tappe cronologiche.

In realtà il Natale non ci presenta solo un bambino che suscita la nostra tenerezza: è l’annuncio della venuta tra noi del Figlio che dà la sua vita per noi e risuscita perché possiamo partecipare della sua gloria.

I tempi liturgici sono una pedagogia che ci fa entrare nella pienezza del mistero di Dio. Dobbiamo stare attenti a frazionare il mistero in frammenti che finiscono per alimentare una spiritualità infantile che non solo non sa resistere all’impatto con la realtà della vita odierna, ma si presta a strumentalizzazioni pericolose.

È importante allora vedere nei racconti del Natale, come negli altri racconti evangelici, non la successione degli episodi che ci permettono di ricostruire lo svolgimento della vita di Gesù, ma di ascoltare il mistero globale di Cristo.

Quando gli orientali scrivono l’icona della Natività, amano disegnare un bambino col volto già adulto, deposto in una culla che è più un sepolcro, tant’è che il Bambino è avvolto in bende come un defunto, più che nelle fasce di un neonato.

Per uno così non c’è posto! Non c’è posto per quel piccolo segno che è un inceppamento nell’ingranaggio dell’impero.

Non c’è posto per loro. Non c’è posto per la chiesa. Questa è un’icona della chiesa per Luca, alla quale siamo poco abituati, almeno da quando Costantino ha provocato la svolta che trasformò il cristianesimo in religione dell’impero romano e inizierà il regime di cristianità. In tale regime la chiesa ha sempre il suo posto e anche un posto d’onore.

A fatica papa Francesco sta spingendo la Chiesa a imparare a mettersi al suo posto… ma dobbiamo continuare insieme con lui questa contestazione gentile della mondanità, della logica dell’impero dell’avere, del contare, della paura e vivere liberi, liberi di amare e di donare, di spendersi con gioia, perché “La gentilezza è la lingua che il sordo ascolta e il cieco vede” (Mark Twain).

(Lc 2,1-14)

[1] La vita di Agricola, 30














Postato Lunedì 25/12/2017 da Paolo Dell'Oca