Celebrare l'ifṭār a CasArché

Ieri sera a CasArché parte della comunità musulmana ha concluso il mese del Ramadan insieme alla Fraternità di Arché e a chi aveva piacere a partecipare: cristiani e musulmani insieme per una significativa condivisione. Abbiamo chiesto a Francesco Pellò, amico di Arché, di scrivere una riflessione in merito.

Stiamo vivendo giorni particolari. Stiamo vivendo dei momenti difficili per il dialogo tra culture diverse. Da un lato governi europei – tra cui il nostro – che propongono di chiudere i porti per evitare l’aggravarsi dei fenomeni migratori, dall’altro lato stati che si indignano per tali scelte, ma che concretamente fanno poco – o niente – per aiutare i migranti o i profughi che arrivano in Europa.

In tutta questa discussione diplomatica e politica tanti uomini, donne e bambini sono ancora in mare in attesa di certezze e assistenza.

Ciò che più colpisce è che il dibattito che stiamo vivendo si riassume, purtroppo, in un “migranti sì o migranti no”. L’aspetto problematico di questa estrema semplificazione, e l’incontro avvenuto in CasArché ieri me lo ha confermato, è che pochi di noi conoscono queste persone. Pochissimi sanno spiegare le loro usanze e i loro valori e quasi nessuno sa in cosa credono.

Tenendo conto che i migranti di religione musulmana non sono certo la maggioranza, e al di là di un racconto fattuale su cos'è avvenuto ieri sera, l’elemento interessante dell’incontro è stato quello di provare a capire, in breve e senza presunzione di esaustività, cosa sia il Ramadan e soprattutto perché ancora oggi nel 2018 tanti lo osservano e lo fanno.

La serata è iniziata intorno alle 20:30, poco prima che ci fosse la “rottura del digiuno” cioè il momento in cui l’astensione dal cibo finisce ed è possibile per i mussulmani mangiare e bere. Prima di questa fase c’è stata una breve introduzione fatta da padre Giuseppe sull’importanza dell’amore e della comunione seguita da una preghiera cristiana – il Padre Nostro.

Successivamente un ragazzo egiziano ha spiegato il Ramadan. Il discorso è stato preciso e dettagliato perché, a fronte di spiegazioni tecniche e teleologiche, è stato spiegato come questo periodo dell’anno fosse vissuto concretamente e interiormente dalle persone di religione mussulmana. A questa spiegazione è seguito un momento di preghiera gestita dall’Imam presente e una ricca cena che ha coinvolto tutti i presenti.

Su due momenti vorrei soffermarmi, perché in due momenti ieri sera ho capito che, forse, conoscendo meglio queste culture e queste persone la discussione politica di questi giorni potrebbe non ridursi ad un “migranti sì o migranti no”, ma potrebbe incentrarsi su chi sono i migranti, cosa vogliono, in cosa credono e come possiamo aiutarli.

Il primo momento è avvento durante la cena. Stavo chiacchierando con il ragazzo che poco prima aveva spiegato il significato del Ramadan e dopo avergli fatto qualche domanda sul significato della preghiera, da buon tifoso ho fatto cadere il discorso su Salah, attaccante del Liverpool famoso per aver osservato il digiuno anche prima della finale di Champions League. Quel ragazzo seguiva il calcio come me ed era patito come me. Quel ragazzo, che prima aveva spiegato il significato del Credo mussulmano e che prima mi aveva trasmesso l’entusiasmo e non la sofferenza con cui viveva il mese di digiuno, era esattamente come me. Con le stesse passioni e gli stessi interessi. Non aveva nulla – ma nulla - di diverso dai tanti amici con cui faccio le vacanze e con cui esco la sera. Anzi, essendo io cattolico, aveva forse qualcosa in più in comune con me rispetto ai miei coetanei che non credono. Semplicemente il suo Credo era scritto in una lingua diversa, ma nulla di più.

Il secondo momento che mi ha fatto riflettere è avvenuto durante la preghiera dell’Imam. Non ho capito le parole che pronunciava in quanto dette in arabo, ma ho colto in uno dei momenti iniziali la frase “Allah Akbar”, che significa “Dio è grande”. Questa frase è collegata dalla cultura e dai media occidentali al movimento terroristico dello Stato Islamico – Isis. In verità questa frase non è altro che una delle tante preghiere che i nostri amici mussulmani pronunciano. Esattamente come noi diciamo “Padre Nostro” e “Ave Maria” loro usano un’espressione piena di significato e che, purtroppo, tante persone non informate o informate in modo sbagliato tacciano come frase terrorista e radicale. Cosa succederebbe a noi se improvvisamente per colpa di qualche estremista la frase “Ave Maria” fosse tacciata come simbolo di guerra e terrorismo?

I ragionamenti da fare dopo un incontro come quello di ieri, semplice e informale, potrebbero essere tanti, ma la verità è che questi incontri “in famiglia” insegnano perfettamente l’importanza del dialogo e l’importanza del conoscersi.

Papa Francesco disse che “dialogare significa essere convinti che l'altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alla sua opinione, alle sue proposte” e io penso che dal dialogo, anche semplice e informale, come quello di ieri sera si debba partire per cercare di conoscere cioè che culturalmente ci è distante. Dalla conoscenza di una cultura diversa si potrebbe scoprire che, in verità, quel diverso che tanto temiamo, non solo sia molto simile a noi, ma trasmetta sorprendentemente un messaggio più inclusivo e di solidarietà anche rispetto al nostro.

Francesco Pellò












Questo post è associato al progetto: CasArché

Postato Mercoledì 13/06/2018 da Paolo Dell'Oca