La domanda del figlio

La domanda del figlio

Un detto ebraico afferma che in principio Dio creò il punto di domanda e lo depose nel cuore dell’uomo. Le domande sono la linfa della nostra vita. Nei testi dei vangeli la prima delle circa settanta domande che Gesù pone a chi incontra, la incontriamo nel testo di Luca ed è rivolta a sua madre che, appunto, chiedeva come mai fosse rimasto a Gerusalemme per tre giorni, da solo. Le risponde Gesù: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo stare nelle cose del Padre mio?». Maria e Giuseppe sono, loro malgrado, costretti a rendersi conto che, in qualche modo, devono “perdere” l’oggetto del loro amore, devono lasciar andare quel figlio.

In ogni famiglia, anche in quelle che ci sembrano più serene e tranquille, caso mai ce ne fossero, arriva il momento in cui si rende necessario “perdere” i figli e smarrire le aspettative legittime che ci si è fatti. Pensiamo a quando Abramo si dichiara disposto a sacrificare il figlio Isacco! È scandaloso quel racconto, non perché chieda l’offerta cruenta del figlio a un Dio avido di sangue, sappiamo bene che non finirà così, ma per la integerrima sottomissione del padre Abramo alla legge di una parola che esige che anche il figlio della promessa debba essere perduto, debba essere lasciato andare. Abramo non ha l’ultima parola sul destino del figlio, ma è colui che lo sa lasciare andare.

Il racconto trasmette la necessaria rinuncia radicale al possesso dei propri figli che è una rinuncia che non si può subire, ma che deve essere scelta, deve essere decisa da parte di Abramo. Non è una semplice evoluzione delle cose, anzi, tra i compiti di un genitore, è quello più difficile.

In particolare, Massimo Recalcati considera il nostro tempo non più solo segnato, come simbolicamente evoca il complesso di Edipo, dal conflitto tra generazioni, dove il padre è considerato dal figlio un impedimento per la realizzazione del proprio piacere. Così come non possiamo nemmeno considerarlo un tempo segnato solo dall’affermazione edonista e sterile dell’io evocata dalla figura del figlio Narciso… Piuttosto, questo è il tempo di una domanda inedita di padre, di una invocazione, di una richiesta di qualcuno che riporti la credibilità di una testimonianza della parola data come viene ben rappresentato da Telemaco, figlio di Ulisse e di Penelope che, nel racconto dell’Odissea di Omero, rimane con la madre per vent’anni sull’isola di Itaca devastata dai Proci, in attesa del ritorno del padre.

Se Edipo viveva il proprio padre come un rivale, un ostacolo sulla propria strada al punto da compiere i crimini peggiori dell’umanità: uccidere il padre e possedere sessualmente la madre, al punto che l’ombra della colpa lo spinge al gesto estremo di cavarsi gli occhi; se Narciso è l’idolo-bambino che impone alla famiglia di modellarsi attorno alla legge arbitraria del suo capriccio e finisce per autodistruggersi affogando nello stesso fiume in cui contempla la sua immagine… Cosa fa Telemaco? Telemaco coi suoi occhi scruta il mare, guarda l’orizzonte. Aspetta che la nave di suo padre – che non ha mai conosciuto – ritorni per riportare la legge nella sua isola, per riportare la giustizia e il rispetto. Non si tratta di restaurare la sovranità smarrita del padre-padrone, ma di aprire l’orizzonte più ampio e vasto della domanda del diritto, della giustizia e del rispetto.

La forma del punto di domanda ricorda quella di un amo da pesca che entra fin dentro le fibre di ciascuno di noi al punto da esserne indissolubilmente agganciati. Non è forse questo il destino di ogni figlio?














Postato Lunedì 09/07/2018 da Paolo Dell'Oca