Oltre le foglie d'autunno

Oltre le foglie d'autunno

«Bisognerebbe riniziare da piccoli. Piangere per un nonnulla, ridere per tutto». Andrea Ivaz Melis

Marzo duemiladiciassette. Rientro da Napoli. È stato un viaggio durissimo. Ho perso il mio papà e sento il brivido di non essere più figlia. Un dolore immenso mi attraversa l'anima. Ogni opera d'arte, ogni quadro, presepe, scultura, paesaggio, mi ricorda che non c’è. Vorrei attraversare questo vuoto, tracciarne un sentiero, vorrei che questa crepa diventi una feritoia.

Così è stato.

Grazie ad una serie di coincidenze, che preferisco definire dioincidenze, mi ritrovo in Casa Accoglienza una domenica di marzo con la primavera alle porte. Conosco Emma e Roberta, due giovani educatrici di Piazza Fratelli Bandiera, due sorrisi contagiosi, due cuori grandi. Dopo una breve presentazione, manifesto da subito le mie attitudini e le mie incapacità. Non sono mamma e forse non lo sarò mai, quindi non ho esperienza con i bambini, se non quelle didattiche. Immagino stupidamente di dover efficientare la mia presenza con chissà quale contributo. È domenica e i bambini non studiano, alcuni di loro sono molto piccoli ed è una giornata ricreativa per tutti. Vado a conoscerli in una sala giochi coloratissima. Rachel esulta: «Ti chiami Sara come la mia amica, quindi anche tu sei mia amica!». È disarmante la semplicità con cui i bambini tessono relazioni: prima ti vogliono bene, poi ti conoscono! Reprimo ogni impulso a dover insegnare loro qualcosa... bisogna imparare a non agire, perché non ci sia nulla di non realizzato. Solo il nulla, causativo, favorisce l'incontro; solo il nulla, apparente, favorisce una relazione alta: essere semplicemente una compagna di giochi. Nient'altro.

Arriva impetuoso Anthony che con forza mi abbraccia a sé e mi spinge a curiosare con il suo sapientino "Parole". Pronunciare parole per Anthony equivale ad una montagna da scalare. Lo so. Vedo in lui la bambina che sono stata, la difficoltà a scandire le sillabe, a pronunciare le vocali. Mi passano davanti gli anni spesi a fare logopedia. Quando Anthony dice qualcosa che non comprendo, non gli chiedo di ripetere, ma di fronte al mio silenzio compie lo sforzo enorme di scandire, nuovamente e lentamente, le parole. Impariamo con fatica qualche filastrocca insieme, ma c’è un puzzle da finire mentre Leonardo costruisce un binario con piccoli treni e macchinine; traccia un percorso per arrivare in Sicilia… sogna il mare. Leonardo carica sui binari anche il vagone di Anthony. Un viaggio fantasioso appena intrapreso e già interrotto, sono le 16 ed è ora di fare merenda.

Molliamo puzzle a metà, sapientini e binari senza più una destinazione e ci dirigiamo in cucina. Intorno alla tavola ci sono mamme, bambini e merende da scartare come pacchi di Natale. Ammiro la gioia quasi trionfante in quelle piccole cose che solo i bambini sanno far diventare grandi. La piccola Gloria freme, è giunta l'ora di Peppa Pig di cui finalmente conosco il volto… Ci accomodiamo tutti sul divano, il livello di concentrazione è altissimo! Avvolto di timidezza, in un angolo del salotto c’è anche il piccolo Richard; vuole chiedermi qualcosa, ma resta in punta di piedi. È dolcissimo, quasi non vuole interferire. Gli vado incontro e gonfio per lui un palloncino, ma scappa e mi confessa che ha paura del rumore. «Se scoppia?», mi chiede con voce tremante. «Se scoppia sentiremo un rumore. Il mondo è pieno di rumori bruttissimi, ma anche di suoni dolcissimi». Lo convinco, così, a vincere questa piccola paura e a giocare insieme. Siamo tutti intorno ad un palloncino da rincorrere.

C’è la piccola Gloria che abbandona le costruzioni con cui realizza opere monumentali. C’è mamma Gillian, giovane e coraggiosa, con un velo di tristezza che le copre il volto, ma accenna un sorriso quando posa lo sguardo sulla sua bellissima creatura. C’è la piccola Clara che si stringe intorno a mamma Annalisa alle prese con l'esame di OSS per rimettersi in gioco e ricominciare. Sono inseparabili. Sono un cuore solo. C’è mamma Jennifer che con fierezza mostra a tutti come ha imparato a tenere sei piatti tra le mani senza farli cadere (sarà una cameriera fantastica!). C’è mamma Susan che cammina a passo di danza, canta, sorride e prepara pietanze della sua terra. C’è la piccola Veronica a cui ho regalato un sapientino per bambini di 6 anni, ma lei ne ha solo due e ha trovato il modo per giocarci comunque (sono una frana, lo so!). C’è Anya che si specchia al cellulare mentre realizza performance sulle note della musica rap. C’è la piccola Carrie e le sue bambole da truccare e vestire. C’è mamma Katia che chiede a Rachel di farmi sentire la sua canzone preferita che intona magnificamente; è una canzone dello Zecchino d’oro, risale al 1994:

«Prendi una matita, gioca coi colori non aver paura di metterli vicini di maschiarli tutti sotto un solo cielo come dei bambini all’uscita dell’asilo.

Prendi un foglio bianco e disegna il mondo con dei grandi prati e il mare sullo sfondo non importa molto se non è rotondo quello che è importante è la gente che ci sta.

Gente che sappia dare amore alla gente che amore non ne ha senza guardare mai al colore che la sua pelle ha.

Bianco con il giallo trova suo fratello giallo con il nero ed è un amico vero verde con il viola vanno insieme a scuola l’arancione e il blu che si danno già del tu. Bianco contro il nero e il mondo resta a zero azzurro contro il rosso cadono nel fosso blu senza il marrone e il cuore è già in prigione non c’è ragione che debba stare là.

Fai un universo, fallo un po’ diverso fai le stelle azzurre e il cielo tutto giallo fai anche le piante con le radici in cielo quello che è importante è la gente che ci sta».

Sono senza parole. Sono logorroica e solo in rare, rarissime occasioni, resto ammutolita. Le dotte disquisizioni del Parlamento non sono servite a riconoscere, specie negli ultimi anni, la pluralità culturale come indiscutibile risorsa, come inesauribile fonte di amore. Su quelle note dello Zecchino d’oro, ci è riuscita, invece, la piccola Rachel insieme agli altri bambini, fiori tra l’asfalto, italiani, nigeriani, camerunesi, ecuadoriani, che hanno reso quella stanza un paesaggio. Sembra un quadro meraviglioso dipinto da Dio.

Trascorro ogni domenica in Casa Accoglienza. Gioco con i bambini, pranzo con loro e “creo un ponte” con le mamme. Creare un ponte è ascoltarle, condividere le loro giornate, le loro aspettative, restare in silenzio, essere lì con loro. Ho ricevuto il dono, immeritato e immenso, di sentirmi amata. Grazie a Marta, che per prima mi aprì le porte di Casa Accoglienza. A Emma, Roberta e Federica, con cui condivido riflessioni e dubbi. Ogni confronto con loro mi arricchisce. A Chiara ed Elena, per la dolcezza e la professionalità con cui sostengono i volontari. Grazie dal profondo del cuore a padre Giuseppe per avermi incoraggiata, accolta. Per avermi insegnato a vedere oltre le foglie d’autunno, i colori vivi di un’inaspettata primavera.

di Sara Palumbo
Volontaria Casa Accoglienza












Questo post è associato al progetto: Casa Accoglienza

Postato Martedì 10/07/2018 da Paolo Dell'Oca