La violenza contro le donne nelle parole di chi scrive @Jess Watters from Pexels

La violenza contro le donne nelle parole di chi scrive

Il 19 marzo scorso ho partecipato ad un corso di formazione per giornalisti. Il tema era quello della violenza contro le donne. E nello specifico, il modo in cui noi giornalisti, erroneamente, la raccontiamo e la rappresentiamo nei media.

Il 2017, cominciando dai dati, è stato un anno brutto per la violenza sulle donne: 1 vittima ogni 3 giorni

Dal 2000 ad oggi, secondo il Rapporto Eures sui femminicidi in famiglia, si parla di qualcosa come 3mila vittime. Si stima, per dare un altro dato, che 7 milioni di donne nel corso della propria vita abbiano subito una qualche forma di abuso: sono dati dell’Istat. È un fenomeno di cui come giornalisti abbiamo il dovere di parlare. Ma in che modo? Le parole sono importanti, diceva qualcuno. E noi giornalisti abbiamo delle grandi responsabilità.

Per esempio. Se scriviamo: “Il compagno ha confessato in lacrime”, che cosa stiamo dicendo esattamente? Specificare “in lacrime” significa dare una notizia, o serve solo a costruire un pathos?

Ci sono dunque luoghi comuni e stereotipi insidiosi e pericolosi che bisogna evitare. Perché? Perché contribuiscono a formare la cultura di un Paese.

Lo stereotipo è una scorciatoia cognitiva, è una ripetizione meccanica di un modo di dire a cui ci siamo abituati. Pensateci: i luoghi comuni sulle donne sono tanti. La segreteria che viene descritta come procace, china sulla scrivania del capufficio, perché vuole fare carriera. È chiaramente una realtà falsa. Ma entra nella testa della gente e diventa reale.

Lo chiamiamo Hate speech: quel modo di parlare di violenza contro le donne che funziona per luoghi comuni e stereotipi, che non parla affatto di violenza, che colpevolizza piuttosto la vittima, che cerca implicitamente delle giustificazioni perché magari “chi ha esercitato la violenza ha subito una mancanza di rispetto”. E poi un’altra cosa: se racconti un crimine contro una donna e dai i dettagli dello stupro (magari dicendo che la vittima ha subito una doppia penetrazione) le stai facendo violenza due volte.

In che modo dunque si può raccontare una violenza dando la colpa implicitamente ad una donna?

Dicendo per esempio: perché non ha denunciato? Perché non se n’è andata di casa? Perché non lo ha lasciato? Oppure: se l’è cercata, era ubriaca, era uscita con uno sconosciuto, è stata lei che lo ha esasperato. Sono cose che spesso compaiono nei titoli dei giornali: “Aveva la gonna corta. L’ho ammazzata”. Oppure: “Ecco le baby squillo!”. Eh no. Non sono baby squillo, sono minorenni! E quella è pedofilia!

Oppure con un uso scorretto delle immagini. Per esempio se titoli: “Adescava ragazzine su Facebook” e poi accanto ci metti la foto di una donna in minigonna. Ma anche dire: “Tassista confessa: ho avuto un raptus” è un modo sbagliato di raccontare una violenza. Infatti che cos’è un raptus? Non vi sembra un modo per creare una giustificazione? O ancora: “L’ha ammazzata. L’amava troppo”: sbagliato. Se c’è violenza non è amore. O ancora: “Lui confessa: ho fatto una fesseria. Ed è in lacrime”. Pensiamo anche a quella classica immagine che compare sui giornali: una donna per terra che si copre il volto per non farsi colpire. Perché nasconderle il volto? Si deve forse vergognare?

Questi titoli creano una diminuzione di responsabilità. È un modo sbagliato di raccontare la violenza.

Qualche altro dato: solo nel 12% dei casi gli stupri vengono denunciati. I ricatti sul lavoro trovano voce solo nello 0.87% delle volte. E solo nel 20% dei casi le donne trovano il coraggio di parlare con qualcuno di quello che hanno subito.

Al corso era presente anche Alessandra Kustermann, primario e ginecologa che da sempre è impegnata sul fronte della violenza contro le donne: “Quando vengono da noi medici perché hanno subito un’aggressione – racconta – le donne spesso dicono che hanno solo avuto un attacco di panico o che sono cadute dalle scale. Spesso sta a noi riconoscere i segni di quello che è successo veramente. Su 1050 casi che vediamo ogni anno, soltanto il 25%, quindi una su quattro, accetta l’assistenza legale gratuita. Di quelle che lo accettano poi soli il 43% decide di proseguire con una querela al partner”.

Altri dati: quasi il 40% delle ragazze che hanno visto la mamma subire violenza diventerà una donna maltrattata. Il lessico familiare diventa un modo per vedere il mondo. E non conta il livello culturale o sociale: conta quello che si apprende in famiglia. Quasi il 70% delle donne che si rivolge al pronto soccorso ha figli. Assistere alla violenza di un genitore verso l’altro crea una grande confusione nel mondo interiore di un bambino. Gli crea una grande confusione su ciò che significa affetto e amore. Già nei bambini di 8 anni possono verificarsi sintomi depressivi, ma anche un ritardo nello sviluppo, anche un’alterazione sonno veglia, una adultizzazione precoce, ridotte capacità empatiche, difficoltà alimentari, scolastiche, uso di alcol, tendenza alla somatizzazione.

di Stefania Culurgioni














Postato Giovedì 09/08/2018 da Paolo Dell'Oca