Italia 2118, il Paese dell’intolleranza

Ispirati da una suggestione del professor Mantegazza al nostro Arché Live 2018, abbiamo invitato Tobia Riva, nostro volontario in Leva Civica, a scrivere una storia per la Giornata Mondiale della Tolleranza.

 

Italia, anno 2118. Un paese dove “accogliere” e “accettare” sono concetti ormai dimenticati.

Tutto cominciò anni fa, nei primi decenni del 2000. Allora si cominciò a diffondere il timore che gli stranieri ci avrebbero conquistato, che tutta quella massa umana che sbarcava sulle nostre coste fosse una minaccia, che i loro bagagli contenenti vite e ricordi e i loro bambini dagli occhi grandi e tristi, non fossero che una copertura, che in realtà fossero tutti assassini, stupratori e terroristi, che ci portassero la guerra in casa, anche se era dalla guerra che essi stessi scappavano.

Alcuni uomini tanto potenti quanto mistificatori ci avevano convinto che fossimo in guerra e ci chiedevano a gran voce di combattere, in tutti i modi volevano che ci schierassimo con loro in questa battaglia fatta a colpi di mezze verità. In molti, troppi, ci cascarono, convinti di trovarsi per davvero in una situazione di emergenza, ammaliati da crudeltà dette con parole dolci, catturati nella rete di un facile sentimento quale è l’odio.

Quelli che si ribellavano, o che semplicemente erano in disaccordo, erano marchiati come deboli, inetti, buonisti, quasi come se fosse un crimine aiutare chi in quel momento ne aveva più bisogno e piano piano, anche questi ultimi, stoici, sostenitori dell’accoglienza e dell’integrazione, smisero di lottare per i propri ideali e per la vita altrui.

Mese dopo mese, anno dopo anno, divenne sempre peggio: coprifuoco e ronde notturne, locali vietati a determinate etnie, servizi necessari come sanità e istruzione cominciavano a essere sempre più spesso negati se la tua pelle non era del colore giusto. Anche arrivati a questo punto la morsa non si allentava: le persone erano continuamente bombardate da notizie di spaccio, omicidio, rapina a opera di stranieri verso poveri cittadini italiani.

Certo, che tra di loro ci fossero criminali è innegabile, ma far di tutta l’erba un fascio era un errore, almeno per noi, noi che continuavamo a credere nella bontà dell’essere umano, nella dignità di ognuno, nel diritto di tutti di cercare una vita migliore. Chi era a capo di tutto quell’odio e di quella paura faceva uso dei singoli individui per dipingere interi popoli come mostri, mascherandosi dietro numeri e statistiche per difendersi da chi lo accusava di fare falsa informazione. Dove avesse trovato quei dati non è ancora dato saperlo.

Oggi ormai tutto questo non ha più senso.

Credo di essere rimasto solo io a lottare, ma anche se così non fosse non cambierei la mia idea. Ho trovato però un testo, un manoscritto per la precisione, appartenente a un certo William Shakespeare, poeta inglese di epoca elisabettiana. Non lo conoscevo, ma le sue parole mi hanno colpito come un pugno allo stomaco, quello di uno specchio che dal passato riflette i tempi moderni.

Ho intenzione di farci qualcosa di importante, di significativo: se hanno colpito me possono colpire anche altri. Voglio raggiungere più persone possibili e per questo sto per fare irruzione nella più grossa torre radio del paese, sperando che un singolo e ultimo atto di violenza possa portare un po’ di pace.

Bastano una pistola finta e qualche urlo per farmi arrivare dove voglio, non avrò molto tempo e spero che mi basti, faccio segno a chi di dovere di iniziare a trasmettere e leggo:


“Immaginate allora di vedere gli stranieri derelitti,

coi bambini in spalla, e i poveri bagagli

arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto,

e che voi vi asseggiate come re dei vostri desideri

– l’autorità messa a tacere dal vostro vociare alterato –

e ve ne possiate stare tutti tronfi nella gorgiera della vostra presunzione.

Che avrete ottenuto? Ve lo dico io: avrete insegnato a tutti 

che a prevalere devono essere l’insolenza e la mano pesante. Vorreste abbattere gli stranieri,

ucciderli, tagliar loro la gola, prendere le loro case

e tenere al guinzaglio la maestà della legge

per incitarla come fosse un mastino. Ahimè, ahimè! 

Diciamo adesso che il Re,

misericordioso verso gli aggressori pentiti,

dovesse limitarsi, riguardo alla vostra gravissima trasgressione,

a bandirvi, dov’è che andreste? Che sia in Francia o Fiandria, 

in qualsiasi provincia germanica, in Spagna o Portogallo, 

anzi, ovunque non rassomigli all’Inghilterra,

orbene, vi trovereste per forza ad essere degli stranieri. 

Vi piacerebbe allora trovare una nazione d’indole così barbara 

che, in un’esplosione di violenza e di odio, 

non vi conceda un posto sulla terra,

affili i suoi detestabili coltelli contro le vostre gole,

vi scacci come cani, quasi non foste figli e opera di Dio, 

o che gli elementi non siano tutti appropriati al vostro benessere, 

ma appartenessero solo a loro? Che ne pensereste 

di essere trattati così? Questo è quel che capita agli stranieri,

e questa è la vostra disumanità da senzadio.”


Li sento fare irruzione, ma non mi importa, il mio dovere l’ho fatto. Spero che qualcuno raccolga il mio testimone e possa continuare a lottare contro odio e paura, perché solo amore e accettazione possono sconfiggerli.

foto| @Jose Carlos Zamora














Postato Venerdì 16/11/2018 da Paolo Dell'Oca