Dis-integrare

Il bisogno di sicurezza ci appartiene: chi di noi non vuole poter uscire la sera senza la paura di fare brutte esperienze? Chi passando per la stazione non prova un poco di inquietudine nel vedere decine di ragazzi bighellonare avvertendoli come una minaccia?

Ergo… attiviamo una restrizione delle politiche d’immigrazione e l’ampliamento delle misure di protezione perché i “cattivi”, i potenziali delinquenti, spacciatori, violentatori, sono loro! Un provvedimento come quello approvato genera quel processo, antico come il mondo, del “capro espiatorio” su cui viene riversata ogni responsabilità di male, così da giustificare quella violenza catartica che dovrebbe ricomporre la pace e la sicurezza.

Come è diversa oggi la nostra realtà da quanto ci viene propinato! È facile schierarsi senza scendere in campo, osservare lo scorrere dei volti e delle persone come fossero figuranti di un film western… Perché? Perché non percorrere e favorire politiche di integrazione, di accoglienza, così come l’andamento demografico del nostro Paese impone e come il mercato del lavoro esige?

È un disegno che viene da lontano: prima si è provveduto a screditare le ONG del soccorso in mare, poi si è distrutto un modello straordinario di accoglienza, celebrato in tutto il mondo, come quello sostenuto da Mimmo Lucano a Riace. Ora si parla di “Lotta alla criminalità organizzata!” e si mettono in vendita i beni confiscati anche ai privati, facendoli così tornare nelle astute mani delle mafie. Si scrive un decreto “sicurezza” e un decreto precedente ha facilitato la vendita di fucili d’assalto. Si urla “meno immigrati!” spingendo di fatto uomini, donne e famiglie con bambini verso l’irregolarità, la povertà e la marginalità, rendendo pressoché nullo l’impegno di milioni di cittadini che con il loro volontariato hanno dato seguito al mandato dell’art.3 della nostra Costituzione in cui si dice: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Elementare: se non si rimuovono gli ostacoli non c’è sicurezza, né sviluppo, né coesione. Anziché favorire le persone alla condizione di cittadini le ricacciamo nei bassifondi del lavoro nero, della marginalità e della malavita. Eccolo il disegno della “Bestia”, la leggendaria macchina comunicativa messa in moto per cavalcare le paure e le emozioni degli italiani e tramutare questi sentimenti in atti politici capaci di accontentare la pancia del cittadino producendo esattamente l’opposto di quanto promesso: la disintegrazione.

Non saremo un Paese più sicuro, bensì più armato. Non saremo un Paese più civile, ma più corrotto. Non saremo un Paese più coeso, bensì più bellicoso.

Allora reagiamo a questa cultura “bestiale”! Integrare costa certamente fatica, una fatica che come Arché sperimentiamo ogni giorno nell’aiutare la convivenza sotto lo stesso tetto delle mamme nigeriane e ecuadoregne, rumene e italiane.

Ma la fatica dell’integrazione è l’unica garanzia di futuro. Ed è ai tanti, tantissimi, traguardi di questi anni che dobbiamo guardare, alle molte storie di rinascita di persone e quartieri, alle numerose esperienze di positiva convivenza per dire che questo modello non sarà il migliore possibile, ma è l’unico gravido di speranza.

A una dis-integrazione drammaticamente facile possiamo rispondere con il mio e il tuo impegno per un’inclusione che ha tanto il sapore della fratellanza.

p. Giuseppe Bettoni

Presidente Arché














Postato Venerdì 30/11/2018 da Paolo Dell'Oca