Giovani quando?

Sandro Ascesi è un volontario. Ci racconta, con la sua esperienza, qual è il limite temporale per essere giovani. E che cos’è cambiato, rispetto alla generazione dei suoi genitori…

«Sei ancora giovane», ti senti dire - la prima volta - con benevolenza, un pizzico d’invidia e un tacito invito a non avere fretta. E da allora te lo senti ripetere fino, un giorno, a non poterne più: non per sfinimento - avresti sopportato ancora quella condiscendenza sempre meno convinta - ma perché avverti di non poterti più giovare di quella verità, che ormai sta facendo la ruggine: è da un bel po’ che i tuoi sogni hanno superato la data di scadenza, restando quel che erano.

All’improvviso s’è fatto tardi. Anche se il “vero” lavoro e una “garantita” occupazione ancora non si vedono. Anche se la tua stanza altro non è che la vecchia cameretta ritinteggiata e non c’è verso (tradotto: autonomia economica) di uscire dalla casa dei tuoi. E anche se l’età ti inserisce ancora nella fascia-consumi di questa dilatata gioventù che non finisce mai. Ma da un po’ fa sentire finito te.

«Sei ancora giovane». Già, ma fino a quando - ti chiedi - se a questa stessa età i miei genitori erano già sposati, occupati e stavano pensando a me come a qualcosa nell’ordine delle cose, quando oggi è grande il disordine sotto il cielo del futuro e programmare il domani è considerato velleitario?

È questa la condizione della cosiddetta “gioventù ritardata”, non perché non abbia voluto crescere o non le sia stato dato il tempo di farlo. Anzi. Parcheggiati nella grande area dismessa che va dai 16 ai 30 anni con disoccupazione al 31%, i giovani-all’infinito sono da un lato stimolati e spinti ai consumi - per quelli esistono eccome - e dall’altro sospinti ai margini del dimenticatoio come forza-divano anziché lavoro.

Da qui, quello starsene sempre connessi con una solitudine camuffata da social, ma venata d’isolamento, fino alle dipendenze: ultima la ludopatia, se in Italia il 10% dei ragazzi tra 16 e 19 anni è “giocatore d’azzardo problematico”. Oppure sospinti ai margini ancora più diabolici della perenne attesa: da qui, studenti all’infinito, tra lauree e stages e specializzazioni per sentirsi dire ai colloqui di lavoro, ormai sulla soglia dei trent’anni, che i ventenni cresciuti con la crisi sono oggi “da preferire”, (e magari “da sottopagare”, schiantando così due generazioni in un colpo).

Dura, in queste condizioni da esautorato dal futuro, rivoltare il mondo o anche solo mettersi in discussione visto che le certezze sono così friabili che solo ad aggrapparsi al dubbio ti frana l’autostima. Forse non è un caso se troppo spesso, e proprio tra i giovani, la paura della vita va sostituendo la paura della morte.

di Sandro Ascesi

 

DOSSIER: Non è un paese per giovani














Postato Lunedì 14/01/2019 da Paolo Dell'Oca