Giovani e politica: si può (ri)costruire un legame?

Ventiduenne, Gaia è una delle rarissime ragazze impegnate in politica: consigliere municipale di Milano e neocoordinatrice delle Donne Democratiche Milano Metropolitana, qualche anno fa (!) ha citofonato al nostro ufficio per conoscerci. Oggi siamo noi che abbiamo citofonato a lei per chiederle se ai giovani interessa la politica e se alla politica interessano i giovani.

Ai giovani interessa la politica? Cosa dovrebbe fare la politica per i giovani?

I giovani che partecipano attivamente alla vita politica del nostro Paese sono davvero pochi. Le giovanili più numerose in Italia sono i Giovani Democratici (PD) con 27.000 iscritti, seguiti dalla Lega che ne ha 4.000.

I dati ci dicono che ai giovani la politica oggi non interessa, o meglio, non interessa fare politica in modo tradizionale in un partito o nell’amministrazione. Questo non vuol dire che la maggior parte sia disinteressata o non informata, molti fanno volontariato, creano associazioni, lavorano per il loro futuro, ma non scommetterebbero sulla politica in senso stretto.

Mi chiedo spesso che cosa abbia spinto ragazzi come me a farlo e cosa abbia rappresentato un ostacolo per tanti altri, per riuscire a capire come potremmo coinvolgerli.

Innanzitutto, siamo cresciuti senza esempi di leader cui valesse la pena ispirarsi, siamo nati negli anni di Tangentopoli, degli scandali. Per anni abbiamo avuto il sottofondo di storie di persone che sfruttavano i loro ruoli istituzionali per trarne vantaggi personali. La politica è stata sempre per noi, non lo è diventata, sinonimo di corruzione, clientelismo, ipocrisia. Non esattamente ciò che un ragazzo sogna di fare da grande. La politica non è percepita oggi come risolutrice dei propri problemi, anzi, molto spesso è ritenuta fonte di imbarazzo per i cittadini e, nella migliore delle ipotesi, inutile.

Se non trasmettiamo quanto invece la politica sia determinante per la vita delle persone e che può essere anche altro, può essere coinvolgente, appassionante, i giovani non si impegneranno mai nella “cosa pubblica” e l’Italia andrà poco lontano.

Per fare ciò un ruolo fondamentale lo hanno i media. Sono le televisioni, i giornali, i social che hanno davvero il potere di raccontare una politica diversa, quella territoriale, delle tante azioni positive e utili che vengono messe in campo dai tantissimi amministratori locali. Sono tanti i consiglieri, sindaci, assessori che ogni giorno mettono cuore e anima per cercare di avere un impatto positivo nei loro comuni, creando opportunità e servizi per i loro cittadini. Servizi che non vengono comunicati, trasmessi e, quindi, gli amministratori, oltre a fare delibere, promuovere progetti, incontrare i cittadini devono ingegnarsi per riuscire a raccontare tramite i social, le newsletter, i volantini, quello che fanno.

Quando muovo quest’accusa a chi lavora per un giornale o per una televisione mi sento rispondere o: «Non scelgo io il servizio da realizzare»; oppure: «I dati ci dicono che le notizie negative fanno più audience». E allora io mi chiedo: «Non dovrebbe esserci una sorta di responsabilità nella scelta di ciò che raccontiamo e trasmettiamo?».

Sicuramente, poi, è anche mancato un passaggio di testimone: le generazioni precedenti non hanno saputo cogliere l’importanza della formazione di quelle future, i nemici maggiori sembravano sconfitti e, forse, ci si è adagiati nella fiducia del progresso. Tuttora, nonostante qualche esperimento o episodio locale virtuoso, nessun partito ha una scuola di formazione strutturata. Tantissimi amministratori locali, una volta eletti, si ritrovano da soli o con pochi predecessori e colleghi che, armati di buona volontà, li aiutano ad orientarsi; ma, per lo più, ci si sente soli in un mare di lungaggini e di burocrazia.

Ma perché la politica non prende coscienza dell’allontanamento che ha generato tra i giovani e non prova a invertire rotta? La risposta purtroppo è semplice: oggi ci sono più over 60 che under 30 e il voto degli under 30 è considerato variabile e imprevedibile. Nessuno ha il coraggio di investire davvero su quella parte della popolazione, perché è meno numerosa e porta meno consenso.

È la famosa “questione generazionale”: gli anziani possiedono una ricchezza sbilanciata e in continuo aumento rispetto a quella dei più giovani, che invece continua a ridursi, eppure non facciamo altro che sentir parlare di pensioni.

Se la politica cominciasse davvero dai giovani loro si sentirebbero coinvolti, vorrebbero partecipare. Questi due punti hanno una cosa in comune: il fare qualcosa perché piace di più a qualcuno, porta più ascolti o porta più voti. Se cominciassimo a ragionare tutti, politici e giornalisti, nell’ottica di ciò che serve e meno dell’ottica di ciò che piace, forse, la politica avrebbe una chance in più di coinvolgere una generazione disillusa e disincantata come la mia.

di Gaia Romani

 

DOSSIER: Non è un paese per giovani














Postato Giovedì 17/01/2019 da Paolo Dell'Oca