Giovani e immigrazione: io so cos'è la rivoluzione

L'abbiamo conosciuto all’atelier di CasArché dove si occupava di confezionare abiti e fare rammendi. Ha poco più di vent’anni ma nelle mani già una grande abilità: «Ho cominciato a fare il sarto quando ero ancora un bambino». Si chiama Kenan, arriva dalla Guinea Conakry e il suo futuro lo sta costruendo qui, in Italia.

Kenan, come fai a saper fare il sarto, così giovane?

«Perché avevo solo otto anni quando ho cominciato a lavorare in un atelier vicino casa. Avevo un maestro che mi ha insegnato tutto. Ci sono rimasto per cinque anni».

E poi?

«Poi l’ho lasciato per provare a farlo da solo. Ma era difficile».

Infatti sei andato via…

«A 17 anni ho lasciato tutto e sono partito. C’erano problemi politici in Guinea. I militari al potere: le persone manifestavano contro e la polizia interveniva duramente. Era diventato troppo pericoloso. Sono stato anche io in prigione».

Come ne sei uscito?

«C’era sovraffollamento. Ci sono state proteste. Ci hanno fatto uscire loro».

Se ti dico la parola “rivoluzione” che cosa ti viene in mente?

«È una parola pericolosa…».

Che cosa significa per te?

«Reclamare i propri diritti. Ma non è facile. Almeno, finché chi ha potere ha troppo potere nelle sue mani».

I diritti di cui parli quali sono?

«In Guinea non è facile vivere. Non puoi lavorare. E neanche c’è lavoro. Il primo diritto di cui parlo è quello: il lavoro. Stare senza non si può».

E i diritti di cui parli in Italia ci sono?

«Quantomeno non ci sono persone che vengono a minacciarti di notte a casa perché hai manifestato».

E degli italiani cosa pensi?

«Non ho molte relazioni con i miei coetanei italiani per ora. Per il resto, la vedo così: se crei problemi hai a che fare con i Carabinieri. Ma se non li crei, va tutto bene. Per cui, meglio non crearne».

 

DOSSIER: Non è un paese per giovani














Postato Giovedì 31/01/2019 da Paolo Dell'Oca