Giovani e vocazione: una strada per guarire insieme

Don Adriano Cifelli fa parte della Fraternità di Arché, collabora con la comunità educativa mamma bambino e con il progetto Ricucire.

«Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza. Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga. Vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida. Conosco bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore».

Sono parole di Papa Francesco, rivolte a tutti e in particolare ai giovani per la giornata missionaria mondiale, e mi offrono lo spunto per aprire uno sguardo sui giovani. Di sicuro l’essere giovane non è solo una questione anagrafica. Non è un luogo comune, ma una realtà sperimentabile.

Dal mio punto di osservazione del mondo e della realtà, spesso, proprio nei giovani trovo delle resistenze e delle chiusure, rispetto a chi, pure avanti nell’età, continua a sperare. Giovane è per me chi nutre ancora nel cuore la capacità di lasciarsi attrarre dalla vita “che irrompe”, donandole sempre risposte nuove e capaci di darle senso. Cosa sogna e cosa spera un giovane oggi? Quali paure e speranze? Quali ostacoli?

Di sicuro vivono la paura del futuro, incapaci forse di immaginarlo, ingabbiati in un presente che ci viene dato in eredità e che a tratti si tinge di tinte scure. Sono ricchi di strumenti e possibilità, ma quasi incapaci di fare scelte che orientano l’intera esistenza. Dammi oggi e non domani ciò che voglio, come nella parabola del figlio prodigo.

In fondo è proprio il legame con chi ha il compito di generarci alla vita che è alla radice di tanta insicurezza e precarietà. Servono padri e madri, uomini e donne autentici che generano alla vita. È vero che oggi i giovani sono distanti da certi ambienti, dalla chiesa stessa intesa nelle sue strutture tradizionali, ma forse il motivo è che i giovani fiutano una certa “puzza” di stantio, dove lo Spirito non si sente soffiare, come energia che ridona vita e rialzare dal sonno.

Nel suo libro “La prima generazione incredula”, l’autore, Armando Matteo, guarda il disincanto della gioventù che perde con una velocità vertiginosa il contatto con il grande codice di senso della Bibbia e del cristianesimo. C’è una sorta di contraddizione della nostra società che parla di continuo dei giovani e dei loro problemi continuando però ad accumulare privilegi nelle mani degli adulti «persi nei loro riti e nei loro miti, ben saldi ai loro posti di potere, incapaci ormai non solo di prendersi cura del mondo giovanile ma più semplicemente di guardarlo in faccia».

Questa sordità, alla quale la Chiesa non è immune, genera nella gioventù una corrispondente sordità, una situazione di «assenza di antenne» per ciò che la Chiesa è e compie. Prendo in prestito un’immagine, quella del ponte, per dire che oggi più che mai serve chi costruisca un nuovo ponte tra le generazioni, tra le differenti esperienze e sensibilità, tra l’istituzione e la base, tra il dogma e la vita, tra la speranza e la disperazione. Tra il futuro e il presente.

C’è un futuro che incombe e solo i giovani possono farsi carico di immaginarlo sognarlo e costruirlo. Hanno la forza e la profezia per farlo. Come si legge nella Prima lettera di Giovanni: «Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno» (1Gv 2,14).I giovani oggi li trovo presenti alle frontiere, smarriti e delusi, ma proprio da lì forse si può ripartire. Giovani che s’impegnano e cercano risposte di senso, magari non più nelle chiese e negli oratori, dove sempre meno si vedono, ma in luoghi “altri” vissuti e feriti, dove la vita irrompe e s’impara a decifrarla.

Da prete non più giovanissimo, prima di offrire risposte o verità ho capito la bellezza e l’importanza di tracciare e sentire prima sulla mia pelle le domande aperte che la vita pone. Faccio la mia strada con te, e ti offro ciò che ho vissuto anche io. Come un “guaritore ferito”. Ti offro una compagnia e uno spazio autentico e non giudicante. E anche io guarisco con te.

di don Adriano Cifelli

 

DOSSIER: Non è un paese per giovani














Postato Giovedì 07/02/2019 da Paolo Dell'Oca