Giovani chi?

«Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia. Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza», diceva Lorenzo de’ Medici, quando la giovinezza non era altro che un passaggio, una fase brevissima della crescita umana dall’infanzia all’età adulta, dove giovane era sinonimo del massimo della potenza intellettuale, fisica e sessuale.

Un venticello che oggi, al contrario, si è trasformato in un colosso dai piedi di argilla, inserito solitamente tra i 18 e i 30 anni: basti pensare che l’apprendistato arriva ai 28 anni, così come il Servizio Civile o altri tipi di tirocinio, le agevolazioni per i giovani raggiungono i 30 e in alcuni casi anche oltre, l’età dell’adolescenza si è improvvisamente alzata ai 24 anni mentre per l’Unione Europea la scadenza della “patente di giovane” è fino ai 35. Una fascia eterogenea di persone (dai ragazzini appena usciti dal liceo ai “giovani-adulti”) nella quale la definizione anagrafica trova ingiustamente un parallelismo d’insicurezza, impreparazione, incapacità di affrontare il mondo: «Ah, ma sei ancora giovane», «vabbè ma è giovane», «è troppo giovane per…». Una narrazione che rischia di rinchiudere il giovane in una gabbia dorata, rimandando il suo ingresso nella “vita vera” sempre più in là.

Ma c’è anche un’altra campana, quella che vede la liberazione del concetto di giovane, come spiegato dal professor Raffaele Mantegazza dell’Università Bicocca di Milano. «Giovane ha due etimologie: colui che si oppone, colui che aiuta». Una creatura in cui, insomma, si prescinde dalla mera data di nascita e nella quale possono convivere due istinti all’apparenza inconciliabili: la contestazione e la ricostruzione. Alla fine il giovane cos’è se non colui che vuole cambiare il mondo, ma senza dimenticare l’altro? Che vuole fare la rivoluzione, ma cerca la comunità con cui attuarla? Che riconosce le storture del mondo, ma riesce a intravederne la luce per aggiustarlo?

E allora il primo passo da compiere è che gli “adulti” ritrovino la positività della “gioventù”, spogliandosi dei pregiudizi per riscoprire quella voglia di essere “ribelli per amore”. E poter davvero dialogare, e confrontarsi, mettersi in ascolto, guidare ma lasciarsi contaminare, dare fiducia e considerare la possibilità di errore. E soprattutto lasciare che siano essi stessi a darsi una voce, a raccontarsi, a rappresentarsi. A far partire dalle piccole cose quella rivoluzione che, forse oggi sopita, scalpita in ogni cuore veramente giovane.

di Stefano Vassena

 

DOSSIER: Non è un paese per giovani














Postato Lunedì 11/02/2019 da Paolo Dell'Oca