Metterci la faccia

Naufraghi senza volto” è un libro di Cristina Cattaneo, professore ordinario di Medicina legale, nel quale racconta il suo faticoso lavoro di identificazione dei migranti morti in mare. Il corpo di un ragazzo con in tasca un sacchetto di terra del suo paese, l’Eritrea; quello di un altro, proveniente dal Ghana, con addosso una tessera della biblioteca; i resti di un ragazzino del Mali di circa 14 anni che veste un giubbotto la cui cucitura interna nasconde la pagella scolastica scritta in francese… per dire solo di alcuni corpi che raccontano come si possa “morire di speranza”. Mentre leggo scorrono i volti ricostruiti nella mia mente sulla base della descrizione autoptica del medico legale e sto male.

Avverto un disagio inqualificabile, un dolore profondo come uomo e come cittadino: ma è mai possibile che accada questo oggi? Cosa posso fare? Cosa possiamo fare? Il dolore diventa ancor più lancinante ascoltando quanto hanno gridato i pochi recuperati in extremis dal gommone affondato e che consideravo più fortunati: meglio morire in mare che tornare nell’inferno della Libia.

Non ci rendiamo conto, ma la nostra ipocrisia, quella che chiude i porti per evitare ulteriori partenze, è criminale. Li rimandiamo all’inferno, contravvenendo al principio del diritto internazionale di non respingimento, quando il Paese non è sicuro. E che la Libia non sia un Paese sicuro è evidente leggendo il rapporto ONU del dicembre scorso quando afferma che non può essere considerata un luogo di sicurezza dopo il salvataggio o l’intercettazione in mare, dato il notevole rischio di essere oggetto di gravi violazioni dei diritti umani.

I migranti detenuti nei centri libici sono sistematicamente soggetti a fame e gravi percosse, bruciati con oggetti di metallo rovente, sottoposti a folgorazione e sottoposti ad altre forme di maltrattamenti allo scopo di estorcere denaro alle loro famiglie attraverso un complesso sistema di trasferimenti di denaro.

I centri di detenzione sono caratterizzati da un grave sovraffollamento, mancanza di ventilazione e illuminazione, e strutture di lavaggio e latrine insufficienti. Oltre agli abusi e alle violenze commesse contro le persone lì detenute, molti di loro soffrono di malnutrizione, infezioni della pelle, diarrea acuta, infezioni del tratto respiratorio e altri disturbi, oltre a cure mediche inadeguate. I bambini sono tenuti con gli adulti nelle stesse condizioni squallide.

Il rapporto sottolinea l’apparente “complicità di alcuni attori statali, inclusi funzionari locali, membri di gruppi armati formalmente integrati nelle istituzioni statali e rappresentanti del Ministero dell’Interno e del Ministero della Difesa, nel traffico o nel traffico di migranti e rifugiati”, da noi lautamente finanziati.

Cosa posso fare? Cosa possiamo fare? Di fronte ai naufraghi senza volto, non possiamo che “metterci la faccia”, giocarci in prima persona nei modi e con i mezzi che come cittadini abbiamo a disposizione. Ricordo le parole straordinarie di Lèvinas: «Quando mi riferisco al volto, non intendo solo il colore degli occhi, la forma del naso, il rossore delle labbra. La vera natura del volto, il suo segreto sta altrove: nella domanda che mi rivolge, domanda che è al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia».

Una richiesta di aiuto e una minaccia: non si risolve il problema voltando la faccia dall’altra parte, perché con la vita di ogni migrante è minacciata anche la convivenza umana. È una responsabilità che ci interroga, ci scuote… ed esige che ciascuno di noi ci metta la faccia. «Il fatto che, scrive sempre Lèvinas, tutti gli uomini siano fratelli non è spiegato dalla loro somiglianza, è costituito dalla mia responsabilità di fronte a un volto che mi guarda».

p. Giuseppe Bettoni

Presidente Arché

foto| @Underwater Sculpture by Jason deCaires Taylor 














Postato Lunedì 21/01/2019 da Paolo Dell'Oca