Maurizio Artale: queste minacce sono il segno del cambiamento

Il Centro di Accoglienza Padre Nostro è stato fondato nel 1991 da padre Pino Puglisi, nel quartiere Brancaccio di Palermo, che opera a favore delle fasce più deboli: minori e giovani, adulti e anziani. Da qualche anno collabora con Arché, dopo aver sottoscritto un protocollo d’intesa. L’8 marzo scorso il Centro ha consegnato al Sindaco di Palermo il progetto di un asilo nido e, nel giro di tre giorni, ha subito sei atti intimidatori. Abbiamo parlato con Maurizio Artale, presidente del Centro Accoglienza Padre Nostro, per capire cosa stia succedendo.

In quale situazione vi trovate? Come state?

Stiamo bene. Quanto è accaduto ci ha un po’ spiazzato, non ci aspettavamo iniziative di questo genere, ma noi andiamo avanti, non ci fermiamo. Purtroppo ci sono alcuni ragazzi che non partecipano alle attività del Centro, vanno a scuola solo perché costretti e si sentono liberi di fare quello che vogliono, spesso con la complicità degli adulti che li sollecitano a compiere atti dimostrativi di questo tipo. Questi giovani, se non vengono fermati, crescono con un’idea di impunità e si sentono furbi... Occorre provare a cambiare il loro comportamento prima che sia troppo tardi, prima che commettano un reato, un omicidio.

Che cos’è successo l’8 marzo?

Quel giorno abbiamo donato al Comune di Palermo il progetto definitivo per la costruzione dell’asilo nido, con la partecipazione del quartiere, dell’Arcivescovo, di sindaco e assessori, mamme, bambini... Abbiamo scelto la data della Festa della donna perché un asilo diventa un aiuto fondamentale per le mamme, che oggi sono costrette, per lavorare, a lasciare i figli a casa, spesso accuditi soltanto dai fratelli più grandi. Ed è per questo che abbiamo anche regalato 400 confezioni di mimose alle donne presenti. Il giorno dopo però – era un sabato – sono passato per la piazza e ho visto che avevano asportato gli striscioni, e sostituito le catene con un cordino. All’inizio, non mi sono preoccupato, ma poi abbiamo scoperto che erano stati proprio quei ragazzi… Nei giorni successivi, è stato un braccio di ferro, con noi che cercavamo di riparare le catene e ricomporre lo striscione, e loro che hanno appiccato il fuoco, rotto gli oggetti, distrutto le catene. Sei atti intimidatori in pochissimi giorni: anche lo Stato non ne esce bene.

Già, lo Stato: si sente la sua presenza, da queste parti?

I ragazzi che hanno compiuto questi atti hanno voluto sfidarci, dicendo: “Tu chi sei? il terreno non è il tuo e qui tu asilo non ne costruisci”. Ma noi non molliamo. Abbiamo chiesto al sindaco di concederci in comodato d’uso gratuito il terreno, abbiamo organizzato un incontro con le scuole del territorio, ciascuna delle quali prenderà un pezzo di terra in cui far coltivare ortaggi e piante ai bambini, dove poi noi faremo lavorare i detenuti… E le istituzioni stanno dalla nostra parte: abbiamo avuto l’appoggio di una pattuglia di Polizia e una dei Carabinieri. Per noi è importante. Vogliamo far acquisire ai ragazzi consapevolezza della propria appartenenza allo Stato, alle Istituzioni, attraverso un percorso di legalità.

A luglio, lei è stato minacciato di morte: che cosa sta cambiando in questi anni a Brancaccio?

Queste minacce sono il segno del cambiamento! Oggi, c’è timore dello Stato perché si va riappropriando di pezzi del territorio che, per 50 anni, aveva abbandonato. Il cambiamento lo vediamo, e abbiamo tanta speranza: il nostro Centro riesce a fare delle proposte all’amministrazione non semplicemente per coordinare il doposcuola, elargire vestiti o farmaci, ma per organizzare il futuro di Brancaccio progettando strutture, come un asilo nido e una piazza.

In che cosa consiste, quindi, la speranza?

Nella consapevolezza che la maggior parte degli abitanti sta dalla nostra parte. Ben 140 bambini frequentano il nostro doposcuola, 100 adolescenti partecipano alle attività dei nostri centri, lo scorso anno 220 bambini sono stati accolti nel nostro centro polivalente sportivo... Questi numeri sono un segno positivo del cambiamento. Ciò non significa che non esistano sacche di resistenza, è che quando stanno per perdere tirano calci, come diciamo in siciliano. Così è accaduto nel caso della minaccia che ho ricevuto: sul terreno che noi volevamo utilizzare per la nostra comunità, realizzando una piazza, qualcuno aveva abusivamente costruito la propria casa e, ovviamente, non ha accettato di doverla abbattere. Si tratta di un doppio abusivismo: costruire qualcosa che non si può, su un terreno che non è il proprio!

In alcune interviste recenti, lei ha auspicato la militarizzazione del quartiere Brancaccio, come in passato era accaduto per Borgo Vecchio: può essere la soluzione?

No, non è la soluzione del problema, ma è una delle soluzioni. È una terapia d’urto, che a volte si rivela necessaria. Quando fu ammazzata una persona a Borgovecchio all’una di pomeriggio, risultò che nessuno aveva visto nulla. E questo è impossibile. Questa è omertà. Così, le istituzioni sono entrate in quel quartiere, e hanno portato alla luce costruzioni abusive, piccole sacche di illegalità. Soltanto allora sono arrivate le telefonate anonime, con i nomi dei colpevoli, che sono stati incriminati, condannati... Tale vicenda ha dimostrato che, se lo Stato si muove, ottiene un risultato. Che consiste nel salvare queste persone, non nell’opprimerle. Personalmente non credo nella militarizzazione delle città, ma le terapie d’urto possono essere utili, come dimostra l’esperienza dei vespri siciliani: l’emergenza va gestita in maniera rigorosa per tempi brevi.

Un altro aspetto che colpisce in questa vicenda è la partecipazione dei bambini…

In effetti vedere questi ragazzini che si oppongono alla realizzazione di un asilo nido è veramente qualcosa difficile da comprendere. La mafia usa i bambini perché li mette alla prova, per compiere atti intimidatori… E questi ragazzi si sentono come i protagonisti della fiction Gomorra, sono dei piccoli boss che usano azioni intimidatorie prima di tutto con i loro coetanei. Il paradosso è, purtroppo, che la mafia in questo modo sembra premiare i migliori, perché fa comandare i ragazzi che dimostrano di saperlo fare. Invece, nello Stato, sembra che si vada avanti per raccomandazioni nei posti pubblici, negli ospedali, all’Università… Oggi, i bambini agiscono per emulazione delle trasmissioni che vedono, dove i mafiosi sono coloro che danno e tolgono la vita, sono per questo “onnipotenti”. Ecco perché temiamo per loro.

Come sta reagendo il Centro Accoglienza Padre Nostro a questi atti intimidatori? Con la paura?

No, assolutamente. Noi viviamo con normalità, non è un fatto straordinario ricevere minacce: da 26 anni siamo presenti nel territorio, ininterrottamente. Non abbiamo mai chiuso un giorno il Centro, sull’esempio di don Pino Puglisi, che ha trasformato la sua parrocchia in ospedale da campo, proprio come oggi chiede papa Francesco, il quale è venuto a Brancaccio, al Centro di Accoglienza Padre Nostro, visitando la casa del beato Puglisi, e ci ha riconosciuto la continuità con l’opera di padre Pino. Quindi non sono le azioni straordinarie che distruggeranno la mafia, ma è la presenza costante, l’esempio costante. Bisogna presidiare il territorio, non lasciarlo andare al degrado: le persone che delinquono devono capire che non hanno più spazio. E in questo anche la Chiesa locale deve fare la sua parte: i preti dovrebbero dire chiaramente ai loro fedeli che cos’è giusto e che cos’è sbagliato.

Che cosa rimane di padre Pino Puglisi?

Padre Puglisi è stato insignito della medaglia d’oro al valore civile, lo Stato lo ha riconosciuto come un cittadino modello ma, contemporaneamente, questo sacerdote offre una lettura della vita che va oltre l’esistenza terrena. La speranza che ci ha lasciato in dono consiste proprio nel Centro Padre Nostro, in cui centinaia di persone continuano la sua opera. Perché, come diceva don Pino, la parrocchia non può stare con la porta chiusa, aperta appena un paio di ore al giorno, ma dovrebbe “gridare”, ogni qualvolta che vede qualcosa che non funziona. Per questo, noi abbiamo scelto di esserci sempre, nonostante tutto: se rompono il vaso, rubano il lampioncino, noi ci siamo; domenica, Natale, Ferragosto, Pasqua, noi ci siamo. La gente chiama, noi rispondiamo, senza per forza voler fare sempre tutto: sappiamo dire di no, pur sapendo che poi ci saranno le ritorsioni.

Come è possibile aiutare il Centro?

Seguendo le nostre attività, sostenendole. Come sta facendo Arché: stiamo realizzando progetti comuni, abbiamo condiviso i nostri educatori, forse apriremo una scuola in Siria… Abbiamo iniziato un percorso, e abbiamo bisogno della partecipazione di tutti!














Postato Martedì 19/03/2019 da Paolo Dell'Oca