Non dobbiamo essere ricordati come quelli di odio e paura

Quando negli anni ‘90 ho iniziato questa esperienza di solidarietà mi misuravo quotidianamente con la paura dell’Aids: l’infezione del virus HIV accendeva il fantasma del contagio e noi come pionieri eravamo impegnati a tutelare minori e mamme e a farci garanti dei loro diritti. Mai mi sarei immaginato a distanza di trent’anni di dover fare i conti con un altro virus, micidiale e diabolico, altrettanto capace di contagio dove a farne le spese sono ancora e soprattutto loro, donne e bambini, i soggetti più deboli e fragili.

E il racconto è pressochè quotidiano.

«Ero sul tram insieme a mio figlio per tornare a casa quando è salita una signora anziana. “Ecco le bestie!” ha detto, non appena ha visto me e mio figlio», racconta Marianna (nome di fantasia), rievocando la serie di insulti che la signora italiana ha vomitato addosso a lei e al suo bambino di cinque anni, letteralmente terrorizzato. «Ero seduta insieme a lui. Non stavamo facendo assolutamente nulla» dice, tentando di trovare inutilmente delle spiegazioni per un comportamento ingiustificabile. Dell’anziana signora soprattutto ma anche degli altri passeggeri. «Nessuno ha detto nulla, nessuno ha reagito: tutti hanno assistito alla scena che sembrava non finisse mai, in silenzio. Indifferenti».

Eppure a Marianna, arrivata in Italia dal Sudamerica ormai diversi anni fa, un episodio del genere non le era mai accaduto. «Era chiaro che la signora voleva insultare me e mio figlio solo perché stranieri e il mio piccolo era spaventato. E più dicevo a lui "Fai finta di niente" e lo abbracciavo per rassicurarlo, più la signora continuava a inveire contro di noi. Alla sera a casa ho cercato di spiegargli che non ci sono solo le persone buone come i compagni di classe con cui gioca e i loro genitori. Purtroppo ci sono anche persone cattive».

Ginevra, un’altra giovane mamma straniera, racconta della sua esperienza in Metropolitana: «Ero in un vagone veramente molto affollato quando ad un certo punto la signora al mio fianco si è come spaventata, temendo di essere stata vittima di una rapina. Fissandomi ha cominciato a urlarmi in faccia: “Stranieri di merda”! A niente sono valse le mie scuse per averla toccata inavvertitamente, anzi ha rincarato la dose: “Tornatene a casa tua. Non hai nessun diritto di stare qua”». Però Ginevra non ha voluto stare zitta e ha risposto a tono… La situazione si è immediatamente surriscaldata, senza che nessuno degli altri passeggeri facesse un qualche timido tentativo di intervenire. «Sono rimasti tutti in silenzio. Speravo ci fosse qualcuno che mi difendesse… Ma niente», riconosce con una punta di rammarico Ginevra.

 

Le esperienze di Marianna e di Ginevra testimoniano un clima di odio da cui non sono immuni neppure i bambini. «Dopo la scuola sono andata al parco con mio figlio, mi racconta sconvolta Lucia, per farlo giocare un po’ all’aria aperta. C’era un altro gruppo di bambini che stavano giocando a calcio e mio figlio avrebbe voluto giocare con loro. “No, non puoi. Sei una scimmia nera” gli hanno risposto». 

Forse non c’è bisogno di raccontare quello che è ormai sotto gli occhi di tutti e che un certo modo di fare politica ha praticamente sdoganato, ma se lo facciamo è per alzare la voce e chiederci: quale Italia vogliamo? Quale Europa vogliamo? Cosa diranno di noi tra qualche centinaio d’anni? Vogliamo essere ricordati come quelli dei muri e dell’odio? Vogliamo passare alla storia come quelli che per paura hanno fatto regredire la storia? Oppure come coloro che hanno fatto da levatrici per un futuro diverso e più umano?

Forse siamo ancora in tempo a invertire la tendenza dominante, a fermare quel vento nero che aleggia sull’Europa e che può essere spazzato via, dal cominciare a guardare l’altro negli occhi.

 

p. Giuseppe Bettoni 

Presidente Arché


Testo tratto dall’articolo “L'occasione per respingere odio e paure”, apparso su La Repubblica (ed. Milano) il 26/05/2019.














Postato Lunedì 27/05/2019 da Paolo Dell'Oca