Ancora a scrivere di parità di genere

La storia della presenza femminile nel mondo della programmazione informatica ci racconta molto. Partiamo dal 1960 dove, negli Stati Uniti, le donne erano il 27%, arriviamo al 1990 dove troviamo un bel 35%, per poi tornare nel 2013 ad un triste 26%. Ma cosa è successo?

Fino agli anni novanta del secolo scorso lavorare nel software era appannaggio delle donne e per chi aveva un titolo di studio adeguato era facile entrare nei laboratori, bastava superare dei test in cui uomini e donne venivano valutati alla pari in base all’attitudine. Poi arrivò il personal computer e per i ragazzi e le ragazze qualcosa cambiò radicalmente.

Diversamente dalle generazioni precedenti che non avevano avuto occasione di toccarne uno prima di essere selezionati per lavorare in un laboratorio di informatica, i giovani (maschi) poterono fare pratica sui computer casalinghi, aiutati dai padri. Alle ragazze, invece, l’accesso al PC era precluso e non avevano certo le madri come alleate.

Così la “parità di partenza” saltò e i ragazzi arrivarono ai test con maggiori nozioni di base e sbaragliarono le colleghe. Le poche che continuavano ad interessarsi di informatica erano discriminate anche dai docenti che non riconoscevano le loro competenze e molte abbandonarono gli studi. Non è certo l’unico motivo della scarsa presenza femminile nel mondo tecnologico, ma è indicativo di come un atteggiamento culturale e di accesso agli strumenti possa influenzare lo sviluppo o meno di una abilità.

Bisognerebbe lavorare sull'educazione e sulla cultura. Formare genitori, insegnanti, ragazzi, eliminare gli stereotipi, creare progetti concreti in cui valorizzare le abilità di ciascuno.

E invece oggi abbiamo un Governo che non ha più un ministro per la Pari Opportunità e la politica dedica tempo e attenzione a proposte come il Ddl Pillon che sono molto lontane rispetto ai problemi delle donne (e degli uomini) di oggi.

Ho chiesto ad amiche e parenti in cosa secondo loro le donne siano discriminate in Italia, e le risposte indicano due priorità: il riconoscimento e il lavoro.

Le donne identificano situazioni precise in cui maschi e femmine non vengono considerati e trattati allo stesso modo, nella scelta degli indirizzi scolastici, nella suddivisione dell’accudimento dei figli e nei lavori di cura, negli stereotipi legati alla libertà sessuale, nella credibilità rispetto ad idee e opinioni espresse.

Ma la cosa bella è che le ragazze che ho interrogato usano tutte la parola ancora: veniamo ancora considerate oggetti, i ruoli lavorativi ad alti livelli sono ancora maschili, non c’è ancora un cambio di pensiero sulla libertà sessuale. E questo “ancora” inserisce una variabile temporale che indica la possibilità di un cambiamento, di un futuro diverso.

In ambito lavorativo, guadagni più bassi e scarso accesso alle posizioni di vertice sono due punti deboli, ma c’è un dato di partenza che è allarmante. L’Istat ci dice che sono poche le donne che lavorano, il 48,9% di quelle in età attiva, un tasso di occupazione femminile più basso della media europea (62,4%) dove ci posizioniamo penultimi. Si potrebbe pensare che questa disparità sia dovuta ad una forte propensione alla maternità, ma nel nostro paese il tasso di natalità è molto basso e la realtà molto più complessa.

Per spezzare una catena che è fatta di parole come maternità e lavori di cura (sbilanciati), contratti (a part-time involontario), norme (non applicate), credibilità e autorevolezza (da riaffermare continuamente), servono servizi, azioni che concilino produzione e riproduzione, interventi di sostegno per un’equa distribuzione delle responsabilità familiari e un grande lavoro sulla qualificazione.

Di questo vorremmo sentir parlare, non di bonus baby sitter o di “maternità flessibile” con la possibilità per le lavoratrici di lavorare fino al parto. Confidiamo allora nella direttiva proposta nel 2017 dalla Commissione europea, che introduce un congedo di paternità obbligatorio di dieci giorni e il diritto per i genitori di avere un congedo parentale di due mesi retribuito. Se la direttiva verrà approvata, queste misure dovranno essere adottate anche in Italia. E c’è chi dice che dovremmo uscire dall’Europa…

 

C'è poi il grande tema della violenza sulle donne. Qua le discriminazioni non c’entrano. È una questione di giustizia, di difesa, di prevenzione. E ancora una volta di cultura.

Il quadro che ci presenta il Rapporto sull’attuazione della Convenzione di Istanbul* in Italia, redatto dalle Associazioni di donne, è molto chiaro. I nostri Governi hanno dedicato una crescente attenzione al tema della violenza nei confronti delle donne e della violenza domestica, ma hanno agito principalmente sul fronte normativo puntando sulla criminalizzazione delle condotte.

Le azioni per una buona implementazione delle norme sono scarse o assenti, le forze dell’ordine e i professionisti sociali e sanitari non sono formati sul fenomeno della violenza e spesso prevalgono gli stereotipi sessisti, le diseguaglianze tra i generi tipiche della nostra cultura, oltre che i pregiudizi nei confronti delle donne che denunciano situazioni di violenza.

La politica è permeata dalla stessa matrice culturale e negli anni non ha potenziato gli strumenti necessari per combattere la violenza contro le donne supportandoli con finanziamenti e progetti a lungo termine: educazione nella scuola, formazione professionale a tutti i livelli, supporto alle associazioni che lavorano con le donne, sistemi efficaci di raccolta dati, applicazione omogenea nel territorio nazionale delle norme, diritti delle donne disabili, attenzione specifica alla violenza all’interno del fenomeno della migrazione.

Tante cose, vero? Eppure sarebbero tutte fattibili se ci fosse la volontàO forse quella volontà non c’è ancora?

 

Elena D'Andrea

Responsabile Fundraising Arché


(*) Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.














Postato Martedì 25/06/2019 da