Ci rubano il lavoro

È il cuore che riesce a mediare la riflessione della pancia con l’analisi del cervello. È il cuore che regola ed indirizza lo sguardo con il quale possiamo appunto osservare e scegliere come agire sulle situazioni.

Usiamo indifferentemente due termini principali per stigmatizzare il problema degli stranieri in Italia: migrante e immigrato. Il termine immigrato (di lontani ricordi storici anche per gli italiani) dà il senso della stabilizzazione, della permanenza in un luogo. La parola migrante è invece un participio presente: colui che continua a e-migrare, colui che si sposta.

Cosa determina l’essere migrante e l’essere immigrato allora? Due aspetti particolarmente cari ad Arché: il lavoro e la casa.

Sono aspetti caratterizzanti la condizione di indipendenza ed autonomia, sono il discrimine tra l’essere di passaggio e l’essere invece in condizione di porre radici, di permanere.

La legislazione italiana, e non solo il Decreto immigrazione e sicurezza (ormai legge) illustratoci dalla Dott.ssa Nocita, incentiva la dimensione migrante (o di permanenza non regolare) rafforzando processi non inclusivi, con risultati rischiosi di strappi sociali invece che agevolare graduali meccanismi di coesione.

L’oggetto di queste righe di riflessione sono i migranti e lavoro. La cinica ed imbecille retorica che muove le pance ci racconta che i posti di lavoro sono a rischio a causa dell’ondata di immigrazione.

I numeri: il Rapporto sull’economia dell’immigrazione presentato ad ottobre 2018 a Palazzo Chigi certifica come la presenza dei lavoratori stranieri si sia fatta sempre più rilevante, dagli 1,7 milioni del 2008 ai 2,4 milioni (+41%); il loro peso sul totale degli occupati è cresciuto dal 7,3% ad oltre il 10%. Gli immigrati restano però occupati prevalentemente in lavori di media e bassa qualifica. Oltre un terzo degli stranieri (35,6%) esercita infatti professioni non qualificate, il 29,3% ricopre funzioni da operaio specializzato e solo il 6,7% è un professionista qualificato, anche in situazioni di competenze spesso ben più elevate.

Lo sfruttamento lavorativo è una delle piaghe che affligge quasi 21 milioni persone nel mondo: in Italia sono centinaia di migliaia le vittime di sfruttamento lavorativo e questo affligge in particolare le categorie vulnerabili fra cui, appunto, i lavoratori stranieri.

Davvero possiamo credere che escludendo alcune persone e riducendo così tali numeri si risolva il problema del lavoro? O non è più onesto, anche se più difficile, pensare che la crisi occupazionale sia riconducibile all’assenza di strategia, di qualificazione, di orientamenti? In tal senso sarebbe più lungimirante richiedere vere politiche industriali, pensieri approfonditi e concreti su nuovi piani di sviluppo sostenibile, sostenere che è legittimo misurare la politica nel momento in cui si sforza nell’accompagnare innovativi modi di costruire benessere e che questi nuovi modi non hanno solo motivazioni etiche e valoriali, ma sono la sola strada per poter immaginare un futuro possibile per tutti.

Il cervello ci spiega che i numeri dell’immigrazione non rappresentano alcuna ondata, nessun tentativo di occupazione (di cosa poi?), ma sono dati che stigmatizzano problemi recenti e lontani nel tempo che nulla hanno a che fare con gli sbarchi.

È la non capacità di governare inclusione che genera problemi. Pensiamo al dibattito sullo Ius soli. Stiamo parlando del 9,4% della popolazione scolastica (dati XXVII Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes) composta da alunni senza la cittadinanza italiana, e più del 60% di loro (dati MIUR 2018) sono bambini e bambine, ragazze e ragazzi nati in Italia.

Ridurre il campo dei diritti di garanzia è un’operazione pericolosa poiché sancisce la possibilità di negare libertà per alcuni: ora questi sono i migranti, domani i poveri, e poi?

L’altra sera ero di turno in un dormitorio e ho assistito ad una devastante discussione tra senzatetto italiani e stranieri in cui i senzatetto italiani additavano gli altri quali causa del loro problema. Il ragionamento era chiaro e consisteva nell’affrancarsi dall’essere ultimi ed additare (e marginalizzare) qualcuno ritenuto più ultimo, affermando la propria legittimità ad avere più diritti e rafforzando l’idea che la diseguaglianza di diritti, e quindi di possibilità, sia un incontrovertibile status sociale naturale: io sto meglio se altri stanno peggio.

Questo è il raffinato risultato di una politica mediatica costruita ad arte, che ritengo deleteria e criminale, e che raggiunge obiettivi strumentali: costruisce insicurezza e paura, alimenta il disagio, distoglie la valutazione dei reali problemi, inibisce la voglia di partecipare, facilita le reazioni di pancia e rende il cuore incapace di orientare l’azione.


Marco Giacometti

Project manager per la Corte di Quarto














Postato Venerdì 12/07/2019 da Paolo Dell'Oca