Quell’Europa da riformare, quell’Europa da preservare

Una matrigna crudele, un covo di burocrati, il castello inaccessibile dal quale i potenti ignorano le grida del popolo. Il capitano che lascia il timone della nave, che ci ha “lasciati soli”, abbandonati in un mare in balia della tempesta economica e migratoria del secolo.

Come scriveva Agnese Pellegrini nel suo intervento chissà cosa ne penserebbero oggi De Gasperi, Schuman, Adenauer, Churchill e Spinelli a sentire come da diverse - ormai molte - parti viene dipinta l’Unione Europea, quella comunità di lavoro, politica e valori imprescindibili nata dalle ceneri del conflitto più sanguinoso dell’età moderna proprio affinché tutto ciò non si ripetesse più. Certo troverebbero tante criticità, troppe evoluzioni non avvenute e determinati processi accaduti invece troppo in fretta, ma non riuscirebbero a spiegarsi come il più grande investimento democratico della storia possa essere finito oggi sul banco degli imputati del presente.

Quel processo verso gli Stati Uniti d’Europa tanto auspicato dai patrioti europei sembra effettivamente essersi arenato, ma com’è possibile non rendersi conto dei risultati che questa nostra comunità imperfetta è riuscita a ottenere per gli oltre 500 milioni di cittadini e di come sia necessario ripartire da qui e non dall’azzeramento totale? Il primo risultato è il più importante ma anche il più scontato: oltre 70 anni di pace per il continente più diviso e decimato da guerre; un risultato che nel 2012 è valso all’UE - e quindi a tutti noi - il Nobel “per aver contribuito alla pace, alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani in Europa”. Seguono poi i diritti della nostra Unione, quelle sancite della Carta dei diritti fondamentali, e le libertà legate al mercato comune, ossia quelle che ci permettono di viaggiare, lavorare, studiare e andare in pensione in qualunque stato dell’UE. E ancora il fondo comune per lo sviluppo regionale delle aree più povere, la protezione dei diritti del consumatore, le opportunità per i giovani come Erasmus, le politiche per la salvaguardia dell’ambiente e per un cibo sicuro, una moneta unica e una voce unita con la quale avere un ruolo davanti al resto del pianeta. Giusto per citarne alcune.


Davanti alle enormi sfide globali (pensiamo solo alla crescita demografica, alle crisi migratorie, alla messa in discussione di quei diritti per noi fondamentali), al cambiamento climatico e alla contrapposizione tra le potenze mondiali, come si può pensare di rinnegare il percorso europeo, richiudersi su se stessi e tornare agli staterelli nazionali?

È chiaro: l’Unione Europea va riformata, nel profondo, ma non dobbiamo e non possiamo permetterci di cedere alla narrazione sovranista-populista-ultranazionalista che vede in questa comunità di 28 Stati la colpa di ogni male terreno. E allo stesso tempo è ora di dire basta e di difenderla quest’Unione, perché quel “ce lo dice l’Europa” o “ce lo impone Bruxelles” non esiste, semplicemente perché l’Europa è l’Italia nel Consiglio Europeo, sono i nostri Deputati che eleggiamo al Parlamento, siamo noi cittadini che condividiamo un sogno, degli ideali e dei valori comuni. L’Europa siamo noi, uniti nella diversità.

E il 26 maggio cerchiamo di non dimenticarlo, perché in gioco c’è più di un’elezione. In gioco c’è un passato da preservare e un faro di Ventotene da seguire, per essere noi a tracciare quel nuovo corso che i pionieri dell’UE avevano già indicato per noi.


Stefano Vassena

Tratto dall'Archébaleno #60














Postato Venerdì 24/05/2019 da Paolo Dell'Oca