Una città dalla quale nessuno sia escluso

Se fosse qui oggi il santo vescovo Ambrogio lo immaginerei scaricare il suo staffile nell’aria umida della canicola milanese, se ieri lo fece per difendere la religione cattolica contro gli ariani o Milano e le sue libertà civili e religiose contro i nemici, oggi lo farebbe per avversare un’egemonia culturale alla quale nemmeno la sua città sembra opporre resistenza.

Siamo la città delle manifestazioni di “People”, di “Insieme senza muri”, del “Restiamo umani” che ha visto scendere in piazza centinaia di migliaia di cittadini per testimoniare solidarietà e umanesimo, eppure siamo anche la città che di fronte al crescere del disagio, delle sacche di povertà, delle espressioni di vulnerabilità, fatica a invertire la rotta culturale e finisce per adeguarsi al bisogno di sicurezza con un incremento di disposizioni come quelle dell’allontanamento dalla città per coloro che pongano in essere condotte che impediscono l’accessibilità e la fruizione di alcuni luoghi.

E quali sono queste condotte così pericolose? Sono quelle messe in atto da “parte di venditori abusivi e persone che compiono atti contrari alla pubblica decenza o in stato di ubriachezza, parcheggiatori abusivi…”, comportamenti di per sé già sanzionabili per legge. Ma non è questo il punto, come accaduto in altre città e nella stessa Milano, i destinatari del DASPO urbano infatti, saranno presumibilmente persone già in condizione di marginalità: tossicodipendenti, rom e non solo. Davvero nei loro confronti l’unica soluzione è l’allontanamento dal territorio comunale?

L’egemonia culturale detta una linea politica di marginalizzazione e di espulsione che tende a ignorare le ingiustizie e le ineguaglianze sociali che si vanno ogni giorno sempre più aggravando.

Ma davvero pensiamo che spostando il problema qualche metro più in là ci potremo sentire meglio? Potremo dire di stare più tranquilli? Soprattutto mi chiedo: è questa la sola risposta possibile? Davvero dobbiamo spostare sempre un poco più in là chi ci dà fastidio?

Scaricare il disagio sul vicino (a proposito, dov’è finita la Città Metropolitana?) favorisce la realizzazione di quelle sacche di povertà che, come tristemente ci insegnano le banlieues parigine, diventano negli anni veri e propri focolai di delinquenza e di violenza e potenziali covi di terrorismo.

La tradizione spirituale cristiana, cui hanno attinto personaggi di grande spessore politico come De Gasperi, La Pira, Dossetti… suggerisce come nei momenti difficili si renda necessario attivare quel processo tanto doveroso quanto importante che si chiama “discernimento” a più riprese richiamato da papa Francesco.

Il discernimento si rivela più esigente della emanazione della semplice norma, perché richiede di passare dalla logica legalistica e formale del minimo indispensabile a quella del massimo possibile.

La sfida del discernimento è non lasciarsi condizionare dalle emozioni e dai sentimenti che si accendono nelle varie situazioni della vita e che ci tirano in direzioni diverse per cercare una soluzione e una risposta facile, quanto piuttosto individuare la possibilità di trasformare una realtà anche negativa e limitata in opportunità, in kairòs, in occasione di nuove azioni di socialità e di protagonismo delle forze sociali.

Lo staffile di Ambrogio ci aiuti a non assecondare la logica culturale egemonica, ma a sperimentare politiche, servizi, iniziative capaci del massimo possibile, per una città dalla quale nessuno sia escluso.

 

p. Giuseppe Bettoni

Presidente Arché


Testo tratto dall’articolo “Ma Milano recuperi chi è già ai margini”, apparso su La Repubblica (ed. Milano) il 28/07/2019.














Postato Lunedì 29/07/2019 da Paolo Dell'Oca